Pip: Prima i Lettori — dove si va al cinema con l’ombrello, si visita gallerie d’arte, e si legge romanzi americani con un certo scetticismo. Benvenuti.
Mara: Oggi con arera esploriamo tre territori: un romanzo che fatica a trovare la sua voce, il mondo delle arti visive tra riviste storiche e ritratti insoliti, e un trittico di cinema e teatro che tocca dipendenza, memoria e Leone d’oro controversi.
Pip: Partiamo dalla letteratura.
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Un romanzo americano sotto esame
Mara: Il post prende in esame “L’ultimo turno” di C. Pavone, Feltrinelli — un romanzo giallo americano da oltre quattrocento pagine, arrivato tra le mani del lettore per via di raccomandazioni entusiaste.
Pip: La difficoltà segnalata non è la struttura a salti tra personaggi, che pure c’è, ma qualcosa di più pervasivo: il giudizio morale continuo dell’autore sui suoi personaggi ricchi.
Mara: Eccolo, il punto centrale: “Non possedeva borse che costassero meno di cinquemila dollari.” Una frase descrittiva che nel contesto del romanzo diventa, implicitamente, condanna.
Pip: E qui si tocca un principio vecchio della narrativa europea: descrivi i fatti, non giudicarli. Pavone fa esattamente il contrario, e il lettore lo sente come un peso.
Mara: Il giallo, che dovrebbe essere il motore del libro, per ora latita. La parola usata è “faticoso” — e con quella, arriva anche una domanda aperta ai lettori del blog.
Pip: Dalla pagina scritta alle pareti di una galleria.
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Quarantacinque anni di Juliet e i ritratti fiscali
Mara: La Galleria SiteRoom di Milano ospita una mostra di ventitre opere per celebrare i quarantacinque anni di Juliet Art Magazine, rivista nata a Trieste nel 1980 da Roberto Vidali, Antonio Sofianopulo e altri, indipendente dalle logiche istituzionali del suo tempo.
Pip: Quarantacinque anni di arte contemporanea, cataloghi, monografie e mostre storiche — da Maurizio Cattelan a Luigi Ontani. Non male per una rivista che ha cominciato a sognare a Trieste.
Mara: La serata inaugurale ha visto Vidali raccontare la storia della rivista e presentare le iniziative future. La mostra resta aperta fino al trenta ottobre.
Pip: C’è poi un secondo pezzo dedicato all’artista Daniele Cima, che costruisce ritratti pittorici a partire dai codici fiscali. La newsletter di Cima citata nel post lo spiega bene: “i codici fiscali degli umani sono i ritratti con cui la burocrazia ci vede, ci guarda, ci osserva, ci scruta, ci spia, ci analizza.”
Mara: Quello che Cima fa in pratica è dipingere su tela, lettera per lettera, il codice fiscale di personaggi celebri — da Frida Kahlo a Luke Skywalker a Monna Lisa — trasformando uno strumento di controllo in un atto creativo.
Pip: Dal codice fiscale alla sala buia.
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Tre serate, tre schermi diversi
Pip: Il segmento più ricco di questa puntata è quello dedicato a cinema e teatro — tre esperienze molto diverse tra loro, accomunate da una domanda su cosa ci aspettiamo da una storia.
Mara: Il primo film è “Echoes Chamber,” visto all’arena estiva AriAnteo di Milano. Il post lo descrive così: “Film di primi piani e con dialoghi sussurrati, l’attenzione viene mantenuta mischiando i piani temporali del racconto, così che lo spettatore venga scioccato inizialmente.”
Pip: In pratica il film usa la stessa struttura che il post usa per raccontarlo — frasi ripetute, sequenze che si intersecano, overdose mostrata prima che accada. La forma è il contenuto.
Mara: Il giudizio finale è tutt’altro che stroncatura: lento sì, ma sorretto da fotografia e commento musicale di livello. Con una scena finale che apre una domanda sull’amore e il desiderio che resistono a tutto.
Pip: Poi c’è “A due voci,” spettacolo teatrale visto nell’ambito di “Portiamo il teatro a casa tua,” scritto e interpretato tra gli altri da Giovanni Boano. Il tema è la demenza senile dei genitori anziani — materia emotivamente incandescente per molti.
Mara: La scelta del testo è però quella di un registro leggero, quasi paradossalmente: la madre ride, canta, si immagina viaggi mai vissuti, mentre il figlio trattiene la commozione. Il giudizio è netto: bello, vale il biglietto.
Pip: E infine “Ti guardo” di Lorenzo Vigas, Leone d’oro a Venezia nel 2015, incontrato per caso su Rai 5. Qui il tono cambia.
Mara: La domanda che chiude il post è diretta: “Come e cosa premiano a Venezia?” Il film racconta la storia silenziosa e platonica tra Armando, cinquantenne benestante di Caracas, e Elder, un ragazzo di strada ribelle. Il valore riconosciuto è quasi esclusivamente documentario: una fotografia indiretta di Caracas nel 2015, tra quartieri sovraffollati e ricchi ben vestiti.
Pip: Il verdetto finale è lapidario: “Da vedere? Anche no, grazie.” Tre serate, tre domande diverse su cosa una storia debba fare per guadagnarsi il nostro tempo.
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Mara: Romanzi che giudicano troppo, film che spiegano poco, teatro che trova leggerezza dove sembrava impossibile — e nel mezzo, una rivista d’arte che resiste da quarantacinque anni.
Pip: La prossima volta, speriamo in meno pioggia all’arena e in qualche codice fiscale in meno nelle nostre vite. A presto.
