Da Roberto Cornetta ricevo questa segnalazione. Eccola.


Pensando all’opera meritoria di Prima i Lettori, riprendo un paio di paginette tratte da Il profilo di Clio di Josip Brodskij, parte del suo discorso di accettazione del Premio Nobel per la Letteratura, ricevuto nel 1987.

Brodskij è anche l’autore del celebre “Discorso allo stadio”, tenuto nel 1988 davanti ai laureandi dell’Università del Michigan, in cui sostiene con lucidità provocatoria che il nemico più insidioso per l’essere umano non è la tirannia, ma la banalità — e che la letteratura è l’unico antidoto serio alla mediocrità intellettuale e morale.

È in questa stessa direzione che vanno le pagine che propongo: il libro come fenomeno antropologico, la lettura come atto privato e sovversivo, e la convinzione che scegliere i propri governanti sulla base della loro esperienza di lettori produrrebbe assai meno sofferenza sulla terra.

Il profilo di Clio raccoglie saggi e riflessioni sulla letteratura e sulla maieutica che ne discende. È l’ultimo scritto pubblicato in vita da Brodskij — l’edizione americana è del 1995, un anno prima della sua scomparsa. È uno di quei volumi che mi sentirei di consigliare senza esitazione ai giovani studenti — e non solo a loro. A noi genitori, forse, ancora di più.


Pagina 65

Nella storia della nostra specie, nella storia dell’homo sapiens, il libro è un fenomeno antropologico analogo in sostanza all’invenzione della ruota. Il libro, nato perché noi ci rendessimo conto non tanto delle nostre origini quanto delle possibilità intrinseche dell’homo sapiens, è un mezzo di trasporto attraverso lo spazio dell’esperienza, alla velocità della pagina voltata. Questo movimento a sua volta, come ogni movimento, diventa fuga dal denominatore comune, diventa un tentativo di innalzare la linea di questo denominatore – che inizialmente non arrivava più su della cintola – fino al cuore, alla nostra coscienza, alla nostra immaginazione. Questa fuga è la fuga verso il «volto non comune», in direzione del numeratore, della personalità, della dimensione privata. Qualunque sia l’immagine a somiglianza della quale siamo stati creati, noi siamo già cinque miliardi, e per un essere umano non c’è altro futuro all’infuori di quello che l’arte promette. Diversamente, ciò che ci attende nel futuro sarà il passato – il passato politico, in primo luogo, con tutte le sue delizie poliziesche di massa.

In ogni caso, una situazione sociale in cui l’arte in generale e la letteratura in particolare sono monopolio o prerogativa di una minoranza mi appare malsana e pericolosa. Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente –; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra. Credo che a un potenziale padrone dei nostri destini si dovrebbe domandare, prima di ogni altra cosa, non già quali siano le sue idee in fatto di politica estera, bensì che cosa pensi di Stendhal, Dickens, Dostoevskij. Già per il fatto che il pane quotidiano
della letteratura è proprio l’umana diversità e perversità, la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. Come polizza di assicurazione morale, quantomeno, la letteratura dà molto più affidamento che non un sistema religioso o una dottrina filosofica.

Poiché non ci sono leggi che possano proteggerci da noi stessi, nessun codice penale è in grado di prevenire i reati contro la letteratura; anche se possiamo condannare la materiale soppressione della letteratura – la persecuzione degli scrittori, gli abusi della censura, il rogo dei libri – siamo poi impotenti di fronte al delitto più grave: l’indifferenza verso i libri, il disprezzo per i libri, la non-lettura. Per questo delitto una persona paga con tutta la sua vita; e se il delitto è commesso da una nazione intera, essa lo paga con la sua storia.


Dalla presentazione dell’editore:

È Clio, la «Musa del Tempo», a scandire con il suo metronomo il ritmo di questi saggi. Ma si può dire che tutta l’opera di Brodskij sia un dialogo ininterrotto con il tempo. Qui lo sguardo si posa distaccato, ironico, sidereo tanto sulla fenomenologia di un occasionale presente quanto su medaglioni di un passato, prossimo o remoto, in cui l’oggi si rispecchia sotto una inedita luce – includendo persino un profilo sconcertante della spia Kim Philby e la ricostruzione dei suoi oscuri addentellati con la storia sovietica (carichi di conseguenze che si fanno ancora sentire, in particolare in Medio Oriente).
Ma siano i viaggi o la noia, la creatività o l’esilio, il tradimento o il significato della poesia, il piacere della lettura o l’essenza del male i temi affrontati con la consueta sprezzatura, tutto appare dominato da un senso ineluttabile del tempo che polverizza e diffrange ogni istante vissuto – ma che tuttavia rappresenta la materia stessa della poesia.
Il respiro metafisico che anima l’avventura intellettuale di Brodskij trova in questo motivo la sua cifra, magistralmente espressa nell’ultimo saggio dell’agosto 1995, In memoria di Stephen Spender, che è anche un epicedio su un’intera età della letteratura – quella che si potrebbe chiamare «l’età di Auden».