Da Marco Cortini riceviamo 3 pagine della Paranza dei bambini di Roberto Saviano.

“Nicolas annuì. – E’ deciso. Entriamo in cinque: io, Briatò, Dentino, Stavodicendo e Pesce Moscio. Fuori restano: Tucano e Lollipop. Stavodicendo va avanti a vedere, per capire se ci sta movimenti che non ce piace e chiamerà Pesce Moscio che d’occhio il cellulare. Dragò aspetta al covo, perché le armi le dobbiamo nascondere….”

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla presentazione dell’editore:

Dieci ragazzini in scooter sfrecciano contromano alla conquista di Napoli. Quindicenni dai soprannomi innocui – Maraja, Pesce Moscio, Dentino, Lollipop, Drone –, scarpe firmate, famiglie normali e il nome delle ragazze tatuato sulla pelle. Adolescenti che non hanno domani e nemmeno ci credono. Non temono il carcere né la morte, perché sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Sanno che “i soldi li ha chi se li prende”. E allora, via, sui motorini, per andare a prenderseli, i soldi, ma soprattutto il potere.
La paranza dei bambini narra la controversa ascesa di una paranza – un gruppo di fuoco legato alla Camorra – e del suo capo, il giovane Nicolas Fiorillo. Appollaiati sui tetti della città, imparano a sparare con pistole semiautomatiche e AK-47 mirando alle parabole e alle antenne, poi scendono per le strade a seminare il terrore in sella ai loro scooter. A poco a poco ottengono il controllo dei quartieri, sottraendoli alle paranze avversarie, stringendo alleanze con vecchi boss in declino.
Paranza è nome che viene dal mare, nome di barche che vanno a caccia di pesci da ingannare con la luce. E come nella pesca a strascico la paranza va a pescare persone da ammazzare. Qui si racconta di ragazzini guizzanti di vita come pesci, di adolescenze “ingannate dalla luce”, e di morti che producono morti.
Roberto Saviano entra implacabile nella realtà che ha sempre indagato e ci immerge nell’autenticità di storie immaginate con uno straordinario romanzo di innocenza e sopraffazione. Crudo, violento, senza scampo.

E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te?
Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo.

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