Dal 1 luglio al 20 settembre Palazzo Reale a Milano ospita una antologica del pittore milanese Mario Raciti.

Dopo gli inizi incerti tra un folgorante paesaggio di natura espressionista conquistato da un cielo la cui materialità è ipnotica e una rappresentazione familiare tra il simbolismo e l’infantilismo, le tele di Raciti si svuotano di colore e si addensano di suoni e echi. Mai visto un pittore tanto parco nell’uso del colore e, in generale, tanto acrobatico in quella tecnica “in levare”.

La sua è una pittura asciutta, magra che esplora i ricordi e le assonanze piuttosto che il mondo del sensibile.

Tra i suoi riferimenti viene citato, e giustamente, Osvaldo Licini, ma francamente, al di là dei risultati raggiunti dal marchigiano, chi tra i pittori del dopo guerra non ha dovuto fare i conti con i suoi contributi teorici, raccolti poi in Errante, eretico, erotico dalla Feltrinelli?

In sintesi tanta pittura che traccia una via alternativa all’astrattismo, spesso violento, del secondo dopo guerra. Una pittura attigua alla poesia più che all’immagine, una mostra da vedere in silenzio.

La gratuità della proposta aiuta (commento genovese)