Dopo essere stato ai primi posti delle classifiche di vendita sia a Chiavari che a Milano, MariaGrazia Innecco, creatrice e grande animatrice di Portiamo il Teatro a Casa Tua, mi scrive questa sua breve recensione che conferma, se ce ne fosse bisogno, la bravura di Carrère. Ecco cosa mi ha scritto:
Ciao Sandro, ho appena finito di leggere KOLCHOZ di Emmanuel Carrère edizione Adelphi e volentieri lo segnalo a Prima i Lettori, perché mi ha ampiamente soddisfatto.
L’ho acquistato dopo aver visto su YouTube un’intervista all’autore che già conoscevo per il meraviglioso testo dedicato a Limonov, e per la seconda volta mi sono inchinata alla grande capacità letteraria di Carrère: credo che leggerò anche altro di suo, perché lo trovo illuminante, efficace e anche un pizzico sornione.
Le prime 150 pagine sono le più ardue perché il racconto è sì familiare ma soprattutto storico visto che narra di generazioni e di fatti storici per forza di cosa lontani nel tempo e a me poco noti, ma mano a mano che ci si avvicina al fulcro, incarnato da Helene Zourabichvili, madre dell’autore, e donna straordinaria anche nelle sue “storture”, tutto si fa più umanamente avvincente e interessante.
La grande storia di grandi Nazioni come la Russia, la Georgia, la Francia si intreccia alla non così piccola storia dei protagonisti di questa famiglia in cui scorrono tanti fiumi e tante vicende, raccontate con una davvero rara abilità letteraria.
Ora mi sembra di capire un po’ meglio alcune dinamiche politiche e diplomatiche, ma probabilmente rileggerò daccapo tutto il libro tra qualche mese per fissarlo meglio nella mia memoria.
Ps: se uno scrittore del calibro di Carrere ha trovato necessario farsi invitare e farsi intervistare alla radio, in tv e a teatro per presentare e vendere il suo libro, ecco io dico la letteratura è persa e tutti i piccoli e sconosciuti autori possono svegliarsi dal sogno che qualcuno legga quel che hanno scritto (o dipinto) per i meriti esclusivi dell’opera e delle opere. Pettegolezzo, sguardo dal buco della serratura, ansia per una vita che ci sfugge e che ritroviamo solo sugli schermi televisivi o alla radio.
Ps1: o forse visto che il libro parla di sua madre tutto questo can can è solo un omaggio postumo ad una persona cara. Fatto sta che tutti, compresa MariaGrazia di cui mi fido ciecamente, dicono che va letto. Leggeremo.

Dalla presentazione dell’editore:
Ci sono stati, nell’infanzia di Emmanuel Carrère, momenti di memorabile beatitudine: quelli in cui, in occasione dei viaggi del padre, a lui e alle due sorelle minori era concesso di trasferirsi nella camera dei genitori. «Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz». I tre fratelli, ormai più che adulti, ripeteranno quel rito nella camera di un hospice, raccogliendosi attorno alla madre per trascorrere con lei l’ultima notte della sua vita. Sarà proprio Emmanuel a chiuderle gli occhi; e poco tempo dopo inizierà la stesura di questo libro. Che è al tempo stesso il grande «romanzo familiare» in cui Carrère, da quel formidabile narratore che è, ricostruisce la storia – perigliosa, tormentata, avvincente come una saga – delle due famiglie da cui discendeva sua madre, quella russa e quella georgiana; il racconto di come la povera, orgogliosa Hélène Zourabichvili dal cognome impronunciabile sia diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica prima e della Russia poi, fino a essere eletta segretaria perpetua dell’Académie française; e una struggente dichiarazione d’amore per questa donna dura, autoritaria, avida di riconoscimenti accademici e mondani, ma anche coraggiosa, tenace, generosa, di cui il figlio non nasconde ombre e asprezze, rendendole l’omaggio più esaltante che uno scrittore possa tributare alla propria madre: trasformarla in uno strepitoso personaggio romanzesco.
