Da Marco Cortini riceviamo I. Allende, Violeta.

“Sotto la supervisione di mia zia Pilar, Torito, il ragazzo tuttofare, si arrampicò su una scala e assicurò le corde, conservate in un armadio per quelle occasioni, a due ganci di acciaio che lui stesso aveva attaccato al soffitto. Mia madre, inginocchiata in camicia da notte e aggrappata alle corde, spinse per un tempo che le parve eterno, prorompendo in imprecazioni da scaricatore di porto cui non era mai ricorsa in altre circostanze. Mia zia Pía, china tra le sue gambe, era pronta a ricevere il neonato prima che toccasse terra. Aveva già preparato gli infusi a base di ortica, artemisia e ruta da somministrare dopo il parto. Il frastuono della tempesta che si abbatteva sulle persiane e sollevava le tegole del tetto attutì i gemiti e il lungo grido finale che mi accompagnò appena iniziai a mettere fuori la testa e poi il corpo, ricoperto di sangue e sostanze così viscose che scivolai tra le mani di mia zia schiantandomi sul pavimento di legno.
“Ma che imbranata che sei, Pía!” gridò zia Pilar tirandomi su per un piede. “È una bambina!” aggiunse, meravigliata.
“È impossibile, guarda bene,” biascicò mia madre, esausta.
“Fidati, non ha il pistolino,” rispose sua sorella.

Quella sera, dopo aver cenato e giocato alcune partite a briscola al Club, mio padre tornò a casa tardi e andò direttamente nella sua camera a spogliarsi e a farsi una frizione con l’alcol prima di incontrare la famiglia. Chiese un bicchiere di cognac alla domestica di turno, alla quale non venne in mente di dargli la notizia perché non era abituata a parlare al padrone, e poi andò a salutare sua moglie. L’odore rugginoso del sangue gli rivelò quanto era successo ancor prima di varcare la soglia.
Trovò mia madre a letto, rossa in viso, i capelli madidi di sudore, con indosso una camicia da notte pulita, che riposava. Avevano già tolto le corde dal soffitto e i secchi con gli stracci sporchi.
“Perché non mi avete avvisato?” esclamò dopo aver baciato sua moglie sulla fronte.
“E come facevamo? L’autista era fuori con te e nessuna di noi poteva venire a piedi con questo temporale, ammesso poi che i tuoi zoticoni armati ci lasciassero passare,” rispose Pilar in tono poco gentile.
“È una bambina, Arsenio. Finalmente hai una figlia,” intervenne Pía, mostrandogli il fagotto che teneva tra le braccia.
“Dio sia lodato!” sussurrò mio padre, ma il sorriso svanì alla vista dell’esserino che spuntava dalle pieghe dello scialle.
“Ha un bozzo in fronte!”
“Non ti preoccupare. Alcuni bambini nascono così e dopo pochi giorni tutto torna normale. È segno di intelligenza,” improvvisò Pilar, per non dirgli che sua figlia era atterrata nella vita di testa.
“Come la chiamerete?” chiese Pía.
“Violeta,” disse mia madre con fermezza, senza dare al marito la possibilità di ribattere.”

Dalla presentazione dell’editore:

Violeta nasce in una notte tempestosa del 1920, prima femmina dopo cinque turbolenti maschi. Fin dal principio la sua vita è segnata da avvenimenti straordinari, con l’eco della Grande guerra ancora forte e il virus dell’influenza spagnola che sbarca sulle coste del Cile quasi nel momento esatto della sua nascita. Grazie alla previdenza del padre, la famiglia esce indenne da questa crisi solo per affrontarne un’altra quando la Grande depressione compromette l’elegante stile di vita urbano che Violeta aveva conosciuto fino ad allora. La sua famiglia perde tutto ed è costretta a ritirarsi in una regione remota del paese, selvaggia e bellissima. Lì la ragazza arriva alla maggiore età e conosce il suo primo pretendente… Violeta racconta in queste pagine la sua storia a Camilo in cui ricorda i devastanti tormenti amorosi, i tempi di povertà ma anche di ricchezza, i terribili lutti e le immense gioie. Sullo sfondo delle sue alterne fortune, un paese di cui solo col tempo Violeta impara a decifrare gli sconvolgimenti politici e sociali. Ed è anche grazie a questa consapevolezza che avviene la sua trasformazione con l’impegno nella lotta per i diritti delle donne. Una vita eccezionalmente ricca e lunga un secolo, che si apre e si chiude con una pandemia.

Raccontata attraverso gli occhi di una donna che vive un secolo di sconvolgimenti con passione, determinazione e senso dell’umorismo, Isabel Allende ci consegna ancora una volta una storia epica che esalta ed emoziona.