Da Cristina Brocheri riceviamo D. Robertson, L’ultima stagione.

A questo proposito Cristina ci scrive: “Una coppia di signori anziani si mette in viaggio per scoprire “il senso di tutto” e durante il viaggio il protagonista racconterà la loro storia.”


“Queste parole, iniziò, saranno un tentativo di mettere ordine nella confusione. Non avranno alcuna sequenza logica ma forse, nell’insieme, finiranno per avere un senso. Cercherò di essere il più preciso e premuroso possibile, e mi sforzerò di non cedere
alle esagerazioni e ai melodrammi. Ho sempre rispettato la nostra lingua e cercherò di maneggiarla con cura. Pertanto, in virtù di tale desiderio di precisione, permettetemi subito di dire che sono terribilmente spaventato.”

Dalla presentazione dell’editore:

“Non conosciamo questo mondo. Non abbiamo l’obbligo almeno di provarci? È giusto andarsene prima di sapere che cosa si sta lasciando?”. Howard Amberson ha settantaquattro anni. Sua moglie ne ha due meno di lui, una cicatrice al posto del seno destro e un dolore che la tormenta quotidianamente. Lui ha trascorso tutta la vita a Paradise Falls, poche migliaia di anime al centro dell’Ohio, dove ha insegnato al liceo per più di quarant’anni, dove ha sposato Anne, dove sono sepolti tutti i suoi familiari. E adesso che anche per lui e la moglie il tempo si avvicina allo scadere, decide che devono partire per un viaggio. Lui, Anne e Sinclair, il gatto. In auto, senza meta, alla ricerca di ciò che in questi lunghi anni è rimasto oscuro.
A bordo di una Pontiac, muovendosi per le strade del paese (e attraverso le pagine di un diario tenuto segretamente da Howard), gli Amberson ripercorrono la storia del loro amore e della loro famiglia, riportando alla luce il passato, gioie e dolori di un microcosmo nel cuore d’America.
In questo che è stato il suo romanzo della maturità, pubblicato nel 1974, Don Robertson ritrae una coppia nell’autunno dell’esistenza, componendo una delicata ode alla vita, intelligente, spassosa, mai lugubre. Un’elegia dello spirito umano, che passa per la stessa scrittura potente, senza sfumature o compromessi, che i lettori italiani hanno già conosciuto con L’uomo autentico.

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