Da Fernanda Sacchieri riceviamo Sandor Marai – “TERRA, TERRA!…” pag. 209 – Biblioteca Adelphi 476 – finito di stampare nel Maggio 2005 dalla Techno Media Reference S.R.L. – Cusano (MI).

“…. E un giorno mi accorsi con spavento che anche in me stava “accadendo qualcosa”: mi accorsi che mi stavo annoiando.

La noia é un grave pericolo. E’ immorale e contraria alla vita. Fino ad allora non mi ero mai annoiato. Avevo avuto varie vicende, a modo mio. Ma non conoscevo la noia. Guardai dentro di me e poi intorno a me, meravigliato: cos’era successo?

Lo compresi solo più tardi: mi annoiavo perché ero circondato dalla malvagità continua e dalla disonestà più stupida e cocciuta. Niente é noioso come il peccato. Maritain aveva scritto: “Satan est pur”. Sì, Satana è “puro” perché non mente: non vuole altro che il Peccato. Ma il Peccato è stupido e noioso. …”

 

Dalla presentazione dell’editore: Nel 1969, dopo vent’anni di esilio (e trentacinque dalla pubblicazione delle Confessioni di un borghese, il primo suo volume di memorie), Márai decide di sfogliare quell’album di immagini morte che si porta dentro e di raccontare gli anni atroci del dopoguerra. In un montaggio implacabile e sontuoso ci fa sfilare quelle immagini davanti agli occhi: dall’apparizione fantasmagorica dei russi sulla sponda del Danubio alle rovine di Budapest, dove Márai va a cercare quel che è rimasto della «vecchia vita» e trova la sua casa ridotta a un cumulo di macerie. E poi il faticoso ritorno a una parvenza di normalità in una città dove tutti odiano tutti. E ancora il tentativo, nell’aprile del ’46, di ritrovare quell’Europa tanto amata e idealizzata, che ora gli appare «sterile, dal vago odore di cadavere, come immersa nella formalina». Sarà, una volta ancora, il desiderio di scrivere nella lingua materna a fargli decidere di tornare in un Paese mutilato, dissanguato, atterrito, sul quale il feroce processo di sovietizzazione stende una ragnatela che si fa «ogni giorno più fitta e appiccicosa». Infine, dopo un anno e mezzo, nel settembre del 1948, quando gli è stata ormai tolta la libertà di scrivere («Il papa letterario dei comunisti, uno studioso di estetica di nome György Lukács,» annota Márai nel diario «mi decapita nella rivista del suo partito») e, soprattutto, la libertà di tacere, la decisione di andare via, o meglio di «andare verso qualcosa». A spingerlo è la «nostalgia della Terra»: il desiderio di «vedere quello che dalla coffa dell’albero maestro della caravella di Colombo aveva visto il mozzo quando, all’alba, con la voce rotta dall’emozione, aveva gridato: “Terra, terra!…”». Fra i molti che hanno raccontato quegli anni in Europa, Márai spicca per la potenza della parola, per la perfetta lucidità della mente e per la sua capacità di mostrarci la guerra e ciò che ad essa è seguito come varianti di un identico orrore.

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