Fuori concorso, una poesia della Szymborska (Discorso all’ufficio oggetti smarriti – Poesie 1945 / 2004) che mi pare molto attinente ad alcuni dei temi di questi giorni.

Vietnam

Donna, come ti chiami? Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? Non lo so.
Perché ti sei scavata una tana sottoterra? Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? Non lo so.
Da che parte stai? Non lo so.
Ora c’è la guerra – devi scegliere. Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? Sì.

 

Dalla presentazione dell’editore: L’amore, la morte decifrata nella malattia e nell’abbandono come nelle tragedie della storia, e la vita in genere, anche e soprattutto nelle sue manifestazioni in apparenza più irrilevanti: vecchie fotografie, volti anonimi tra la folla, un’ombra sul muro, rondini in volo, un ombrello smarrito, veglie notturne, un telefono che suona a vuoto. Tutto converge nella poesia «riflessiva» di Wisława Szymborska, che questa ampia scelta antologica permette di seguire lungo l’arco di sessant’anni, dal 1945 sino ad oggi – i testi più recenti sono apparsi su quotidiani e riviste fra il giugno 2003 e il maggio 2004 –, integrando così in modo significativo Vista con granello di sabbia.
Ma la colloquiale naturalezza dei versi cela in realtà una vertiginosa ricerca di temi e tecniche, una raffinatezza strutturale alimentata da molteplici interessi. Così l’osservazione lucida dell’esistenza con le sue irrisorie tempeste e le intermittenti, brevi felicità sfuma in ironiche citazioni dei classici antichi e moderni, nel dialogo con le Sacre Scritture, nelle sottili quanto sommesse allusioni alle grandi questioni della filosofia e della scienza.

L’osservatorio di Wisława Szymborska è situato in un luogo remoto: lo immaginiamo sul crinale di una montagna immersa nel chiarore stellare, ma il cannocchiale dell’astronomo-poeta mette a fuoco, anziché gli spazi siderali, «i nostri brulichii inarticolati», o «l’orlo della nuvoletta bigia sfilacciata/e quel rametto, più a sinistra, di acacia».

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