Iniziamo a dire che, contrariamente a quanto pensava una amica con cui abbiamo assistito al film, questo non è un film leggero e divertente come in passato ci aveva abituato Veronesi. Qui si ride, un poco, ma soprattutto si soffre per la vicenda dalla fine tragica del magnifico Frate Leopoldo, interpretato da un magistrale Favino.
Siamo nel 1652 e la peste ha colpito un convento di francescani che viene dato alle fiamme.
Si salvano solo frate Leopoldo (Favino, appunto) e il suo priore (Paolo Rossi), il quale, caricato sulle possenti spalle di Favino, sopravvive quel tanto che basta ad iniziare a farci intuire il carattere buono e ostinato di Leopoldo.
Ora perché Veronesi abbia fatto iniziare il film con una lunga citazione, indiretta quanto si vuole, ma comunque palese, dell’Eneide (Enea che si carica il padre Anchise sulle spalle per portarlo in salvo) è cosa a me ignota.
Ci vuole fare intendere che a Leopoldo mancava la figura paterna, come poi si scoprirà verso la fine del film? Forse, chissà.
Fatto sta che, dopo la morte del suo priore, Leopoldo cerca un nuovo convento francescano che lo accolga e lì cominciano i suoi problemi. E sì, perché tanto Leopoldo è semplice, allegro, sempre disposto a parlare del Cristo in maniera buffa, quanto il suo nuovo priore e tutta la gerarchia ecclesiale è dedita a diffondere una immagine delle scritture terrorizzante.
Siamo nel secolo successivo agli sconquassi seguiti alle varie diaspore ecclesiali del nord Europa e nel racconto gioioso e spiritoso che Leopoldo fa del Vangelo echeggia, alle orecchie spaventate e maliziose degli ecclesiastici, quella libera e personale interpretazione delle scritture fondamento delle riforme d’oltralpe.
Così la gerarchia reagisce ed è facile intuire fin dall’inizio quel che capiterà. L’inquisizione non era una confraternita di anime buone e pie.
Leopoldo, da un certo punto di vista, fa rivivere la figura di Francesco (e la duchessa in maniera più sfumata quella di Chiara) e si esce domandandosi come sarebbe finito il Santo se fosse nato dopo Lutero.
In ogni caso, film commovente, interpretato, già l’ho scritto, magistralmente da Favino a cui si affianca un altrettanto magistrale Silvio Orlando, indimenticabile interprete teatrale de La vita davanti a sé.
Bel film, immerso in una natura che è la terza protagonista assoluta della pellicola. Bellissima.
Vale il biglietto.
PS: abbiate cura di chiedere al gestore della sala prima di entrare come è settato il sonoro. Nel nostro cinema era settato male e se questo può essere un difetto minore per dialoghi condotti in un italiano perfetto, in Dio ride dove buona parte dei discorsi sono in un dialetto dell’Italia centrale, ecco quel difetto risulta particolarmente fastidioso.
