Sandro: Prima i Lettori, dove ogni settimana qualcuno legge, ascolta e guarda al posto vostro — e poi vi racconta tutto con una franchezza disarmante.
Stefania: Oggi, grazie a sandro frera, esploriamo tre territori: un romanzo che ti trascina nel disagio altrui, una serata jazz al Conservatorio di Milano, e un pittore ligure che non ha mai voluto lasciare il Tigullio.
Sandro: Cominciamo dai libri, e da una felicità che nel titolo c’è, ma nel testo latita.
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Felici i felici: un romanzo che sorride storto
Stefania: La domanda al centro di questo post è semplice e crudele insieme: perché continuare a leggere un libro che racconta solo dolore?
Sandro: La risposta arriva direttamente dalla recensione: “si ha voglia di continuare, nonostante si sappia che con ogni probabilità quel che scopriremo sarà un nuovo dolore e una nuova sofferenza.”
Stefania: Ecco la posta in gioco — Yasmina Reza costruisce una trappola elegante. Litigi, tradimenti, solitudine, un figlio convinto di essere Celine Dion: materiale devastante, eppure la scrittura pulita e precisa ti tiene incollato alla pagina.
Sandro: Il consiglio finale è, diciamo, condizionato: leggilo solo se sei abbastanza sereno da sopportarlo. Il che lo rende il libro perfetto per chi non ne ha bisogno.
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Una notte con Gershwin, i Queen e i crampi agli orchestrali
Sandro: Al Conservatorio di Milano, Marco Mezquida trio e l’orchestra da Camera Canova hanno costruito una serata attorno a Gershwin — con una svolta finale verso i Queen.
Stefania: Il giudizio è netto: “Il concerto è stato coinvolgente e le capacità tecniche di Mezquida si sono dimostrate strabilianti, anche se devo confessare di aver trovato le variazioni su Rapsodia in blu un po’ troppo insistite.”
Sandro: Troppo di una cosa bella rimane troppo. E la sofferenza era condivisa: il pubblico seduto guardava i giovani orchestrali ballonzolare sulle gambe per non farsi cogliere dai crampi.
Stefania: Orchestra e direttore Enrico Pagano vengono comunque elogiati per precisione e puntualità. E la mezzosoprano Badrya Razem ha impreziosito la seconda parte. Bella serata, insomma — con riserva.
Sandro: Dalle sale da concerto alle sale espositive: un pittore che ha scelto di non spostarsi mai.
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Adriano De Laurentis: la pittura solida di chi resta
Stefania: Il post centrale di oggi riguarda la mostra dedicata ad Adriano De Laurentis alla Società Economica di Chiavari — un pittore ligure nato nel 1922, formatosi con Lino Perissinotti e rimasto tutta la vita nel Tigullio.
Sandro: La prima cosa che colpisce, visitando la mostra, è proprio il rifiuto di specializzarsi. Niente brand, niente soggetto-firma.
Stefania: Il testo lo dice esplicitamente: “De Laurentis spazia dimostrando un amore per la pittura in sé che a miei occhi gli fa molto onore.” Nature morte, modelle, paesaggi, tutto nello stesso arco di anni.
Sandro: In un mercato che premia la riconoscibilità immediata, dipingere tutto con uguale passione è quasi un atto di resistenza. Involontaria, forse, ma reale.
Stefania: La sua formazione porta i segni del Ritorno all’Ordine degli anni trenta e quaranta — comprensibile, data l’anagrafica. I viaggi in Germania gli hanno offerto stimoli paesaggistici nuovi, ma non un confronto con ciò che stava nascendo pittoricamente in quei paesi.
Sandro: E qui arriva la nota malinconica: De Laurentis non si spinse mai oltre Genova o La Spezia con le sue mostre. Un confronto con Morlotti o Cassinari avrebbe potuto aprire strade diverse.
Stefania: La conclusione è lucida: “rimane la sua pittura solida e pregnante.” Le forme ben attaccate al quadro, i colori che risplendono. Un pittore che meritava palcoscenici più grandi, ma che ha lasciato comunque un’opera coerente e riconoscibile.
Sandro: La storia non si fa con i se e con i ma — lo dice lui stesso. Resta la pittura, e basta così.
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Stefania: Tre linguaggi diversi — narrativa, musica, pittura — e la stessa domanda sottotraccia: quanto conta il contesto in cui un’opera nasce o viene ricevuta?
Sandro: La prossima volta, magari, qualcuno risponde. A presto.
