Ieri pomeriggio ho beneficiato della guida di Anna Torterolo tra le numerose sale che Palazzo Reale a Milano dedica ai Macchiaioli (aperta fino al 14 giugno prossimo).

Mostra importante, densa, tutta centrata sul racconto di quel movimento nell’ambito non tanto della evoluzione pittorica europea di quegli anni, quanto, e soprattutto, della nascita dello Stato unitario italiano.

Anna, storica della letteratura e dell’arte, seguendo questa traccia, con la consueta maestria ci ha invitato a riflettere quanto in quei primi anni, ma anche nei successivi (il movimento si afferma nel 1859 e durò fino al 1867) l’unione italiana fosse in realtà solo di facciata e tutta e punto politica. Anche le lingue parlate differivano pesantemente e rendevano complicate le relazioni tra persone provenienti da regioni diverse.

Fatto sta che per reazione alla Accademia nasce questo movimento toscano fortemente sponsorizzato da Diego Martelli, quel Diego Martelli che in sintonia con i tempi aveva a suo tempo sostenuto Courbet e il cosiddetto realismo francese. Era quella della prima metà dell’ottocento e su su fino al termine di quel secolo un tempo di ribellioni, di strappi dal classicismo del secolo precedente, ribellione e strappo che trova in ogni realtà nazionale (o regionale) la propria modalità espressiva.

Per descrivere questa marea montante, dotata di così tanta energia da risultare a tratti schiumeggiante, tornano immediatamente alla memoria le parole di Tolstoj, non tanto perché Tolstoj abbia parlato di quanto qui in oggetto, quanto perché da par suo descrive ciò che da allora è Europa: “Erano trascorsi sette anni dal 1812. Il mare agitato della storia d’Europa era tornato entro le rive di sempre. Pareva acquietato; ma le misteriose forze che muovono l’umanità continuavano ad operare. … Il mare della storia non si scagliava più, come in precedenza, da una riva verso un’altra riva, ma ribolliva in profondità”

Con questo intendo solo dire che specie nell’arte le cose si sentono, si intuiscono, si approfondiscono gli uni parallelamente agli altri e spesso nell’ignoranza degli altri. Questo è vero addirittura nella scienza e come sappiamo si contano numerosi casi di “scoperte” simili se non uguali avvenute contestualmente e a notevole distanza le une dalle altre. Se questo è vero nell’analisi della realtà oggettiva, figuriamoci, dicevo, nell’arte per la quale la materia prima è lo spirito del tempo.

Prima il realismo di Courbet che rifiuta le grandi allegorie e i complessi racconti biblici per dedicare le sua abilità a ritrarre la vita comune. Poi i Macchiaioli. Infine gli Impressionisti. Tutti animati dal rifiuto delle Accademie e dal desiderio di dipingere la realtà per quello che è. Non per nulla anche l’origine dei due identificativi (Macchiaioli e Impressionisti) è comune: sono entrambi espressioni dispregiative utilizzate dai primi giornalisti e critici che videro quelle novità.

La Torterolo si è a lungo soffermata su questo fondamentale passaggio dalla pittura accademica e allegorica da Studio alla pittura libera di Fattori e compagni sottolineandone le differenze anche grazie al numero e alla qualità delle opere esposte.

Perché, però, viene subito da chiedersi di fronte a questi nostri capolavori tutti conoscono gli Impressionisti e tutti dimenticano i Macchiaioli?

Gli scogli su cui si è infranto il movimento Macchiaiolo rispetto alle fortune che arrisero ai cugini d’OltrAlpe sono due.

Il primo, sottolineato da Anna Torterolo sta nella straordinaria potenza di fuoco di un mercato, quello parigino, sul quale transitavano americani e russi, ovvero i nuovi grandi ricchi dell’ottocento, contrapposto ad un asfittico e per larghi versi insistente mercato italiano, ancora suddiviso, se non politicamente, certamente socialmente, in ventuno micro mercati.

Il secondo, più specificatamente tecnico, sta nel rifiuto dei Macchiaioli di abbandonare la figura umana: anche quando dipingono un paesaggio (e ne hanno dipinti tanti) la figura umana è presente, piccola quanto si vuole, ma c’è. Gli impressionisti furono presto radicali, abbandonando qualsivoglia presenza umana per immergersi nei colori della natura. E’ evidente come questa posizione (il rifiuto del segno umano) abbia poi creato le premesse per la successiva nascita dell’astrattismo (e poi dell’informale) e come questa primogenitura faccia sì che oggi tutti conoscano e apprezzino i francesi di quel periodo e poco o punto gli italiani.

Anche quando le opere che scaturirono da quel gruppo di nostri pittori siano magnifiche.

In mostra le opere vanno viste tutte, ma a mio giudizio una lunga sosta davanti a queste non può mancare:
– le prime opere di Fattori: piccoli quadretti, spesso dipinti su scatole di toscani (Anna docet), con soldati e paesaggi di una luminosità straordinaria. Poi anche il lui la cosa si fa maniera e scende un pizzico di qualità, per tornare prepotente nel quadro che chiude la mostra stessa, nel quale i tre cavalieri (due sullo sfondo e uno davanti), il cielo e soprattutto il muro anticipano atmosfere metafisiche e sentire montaliano.
– un ritratto di Domenico Morelli dipinto da Bernardo Celentano, la cui camicia urla modernità.
– le primizie di Odoardo Borriani nel quale composizione, colore e ritrattistica si fondono in un capolavoro.
– le signorine di Signorini che chiude, oltre a Fattori, la mostra, un grande quadro in cui la figura in primo piano di spalle (e in particolare il suo braccio sinistro) merita una sosta.

Ultima notazione: nel 2022 Palazzo Reale ospitò Sorolla. Ancora una volta, senza voler imporre classifiche che non hanno senso, quanto lo spirito di Sorolla è simile a moltr delle opere qui ospitate (specie quelle marine)? Girava per l’Europa un venticello (per girare su Rossini abbandonando Tolstoj) che non era una calunnia, ma una brezza che puliva le tele, le imbiancava spesso di onde marine e le impreziosiva di cieli tersi e brillanti. Sorolla, i primi Monet, Cabianca, Borrani, Fattori, la stessa luce univa l’Europa.

La mostra (leggo e copio dal sito ufficiale) “Oltre 100 opere, provenienti dai maggiori musei italiani, ricostruiscono l’avventura di artisti come Fattori, Lega e Signorini, che combatterono con pennelli e colori una battaglia estetica e civile, intrecciata alle vicende del Risorgimento. Un’esposizione che è frutto degli ultimi studi sui Macchiaioli da parte dei tre esperti italiani più autorevoli del movimento: il progetto espositivo è infatti ideato e curato da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca e rappresenta un momento di recupero, riflessione e valorizzazione di un frammento fondamentale di storia dell’arte che ha costruito le comuni radici culturali del nostro Paese, attraverso una nuova e più approfondita lettura della loro esperienza.”

Complimenti. Merita il biglietto. Meglio con Anna Torterolo come insuperabile guida.