Il titolo dell’esposizione è Body of Evidence e i brevi cenni che si trovano sulla rete chiariscono che l’autrice iraniana opera nel campo della fotografia e della realizzazione di video.
Ora la Neshat opera a New York e realizza video di grande impatto emotivo sullo stato delle donne in Iran.
Questi video sono cortometraggi muti, la cui novità tecnica più rilevante è che si tratta dello stesso cortometraggio girato da due angolazioni di ripresa diverse, montato seguendo le due diverse angolazioni e alle volte mischiando anche i piani temporali e infine trasmesso su due schermi vicini. Lo spettatore è quindi invitato, per non dire costretto, a spostare la propria attenzione da uno schermo all’altro per poter afferrare la completezza del racconto in un continuo rimpallo che, complice la violenza della musica, amplifica l’emotività di ciò a cui si assiste.
Infatti, i video girati quasi completamente in bianco e nero si avvalgono delle colonne sonore composte appositamente da quel genio che è Philip Glass. La musica, parte essenziale come sempre dei film, in questo caso svolge una funzione narrativa essenziale.
I temi sviluppati, come si diceva, hanno tutti a che fare con la condizione delle donne sotto il regime iraniano, dalla violenza subita nelle carceri, al divieto alla espressione artistica o alla impossibilità di un amore esclusivamente passionale.
I video sono otto, non tutti di eguale potenza, ma tutti comunque magnetici.
A questi, che costituiscono la parte principale dell’esposizione, si accompagnano numerosi ritratti fotografici di giovani iraniani: In questo caso le serie sono tre: Il libro dei Re, La furia e Le donne di Allah. In tutti questi ritratti alla fotografia si sovrappone la calligrafia, con un esito spesso discordante.
Detto del numero dei filmati e dato conto della numerosità delle fotografie l’esposizione merita un tempo che non può essere minore di almeno un’ora.
Vale il biglietto? La parte video decisamente sì. La parte fotografica meno.



