Claudio Cherin di solito recensisce film. Questa volta ci regala la recensione del libro di Diego Zandel Eredità colpevole, edito da Voland. Eccola.


Nei libri di Diego Zandel le vicende delle Foibe e dell’Esodo Istriano hanno avuto sempre un ruolo centrale. Come centrale è la riflessione sul senso della Storia, dell’Identità, nel tentativo di capire quale è il rapporto che lega da una parte con il mondo degli esuli istriani e dall’altra al mondo variegato della città in cui vive, Roma ad esempio, ma in cui non ha le sue radici.

Basterà pensare a Massacro per un presidente ‒ che racconta dell’assassinio del colonnello Varisco durante gli anni di piombo, zaratino di nascita, costretto all’esilio ‒ a I confini dell’odio ‒ in cui compare, per la prima volta Bruno Lednaz, di famiglia fiumana, che nell’accompagnare la salma del padre a Fiume, diventa testimone di nuove violenze nella ex Jugoslavia ‒ fino a I testimoni muti ‒ in cui ricordi personali e storia memoria personale si trasformano in storia collettiva‒ per rendersene conto.

Sono, quelli di Zandel, protagonisti in bilico, con il compito di scavare nel silenzio e nel bisogno di dimenticare l’odio e il sangue, la vendetta sommaria della storia.

Al centro del recente Eredità colpevole, Bruno Lednaz, alla sua seconda apparizione nell’opera dello scrittore, c’è, anche, una riflessione sulla giustizia. Non come atto di vendetta, ma di conciliazione tra chi ha perpetrato il torto e chi lo ha subito.

In Eredità di sangue Lednaz segue il processo che si svolge a Roma nei confronti di Josip Strčić, un gerarca della polizia politica dell’esercito titino, l’Ozna, che viene accusato di crimini contro gli italiani dell’Istria.

Sono primi anni del Nuovo Millennio e Strčić, benché molto anziano, è ancora vivo. Il tribunale decide di non pronunciarsi, spinto forse da pressioni internazionali, e il giudice che ha scritto la sentenza viene ucciso con due colpi di pistola, all’uscita di casa. A rivendicare il gesto un gruppo di estrema destra, che ha seguito il processo manifestando per una condanna di Strčić.

Lednaz, che del giudice era amico, cerca di trovare il colpevole e comincia a fare domande nel mondo degli esuli. Proprio perché figlio di quella terra, l’Istria, Lednaz rifugge dal semplice e deviante sillogismo che attribuisce ai profughi istriani l’appartenenza alla destra. Bruno si definisce un uomo di sinistra, crede profondamente che ragioni e torti ci siano, ma anche che sia difficile stabilire un confine netto in avvenimenti storici così confusi e contraddittori come quelli accaduti in Istria durante la Seconda Guerra Mondiale.

Per questo motivo Lednaz non è molto amato nel mondo dei profughi della Capitale. Qualcosa secondo lui non torna e, anche grazie all’appoggio di un amico, Alvisini, maggiore dei Carabinieri, inizia a indagare. Presto scopre che è nel passato del vecchio capo comunista che potrebbe celarsi il mistero. Questa nuova pista lo porta a Trieste. Scorrendo polverosi faldoni conservati in archivi cittadini, da quello della Risiera a quello del Burlo Garofolo, Lednaz, che tra un archivio e l’altro percorre Trieste, rinviene la traccia che cercava.

Nella vita di Strčić c’è un figlio, frutto di uno stupro, nel quale la donna stuprata, per fuggire dal suo aguzzino, è scappata in Italia dove è morta, in manicomio. L’orfano avrebbe, poi, preso il nome, con la complicità di un medico del Burlo, di un bambino di una coppia di profughi morto di meningite.

Con Valeria, una carabiniera, che il Maggiore dei Carabinieri gli ha discretamente messo accanto e con la quale nasce qualcosa di tenero, Lednaz giunge a scoprire la verità, non prima di imbattersi in due omicidi e sfuggire lui stesso a più di un agguato.

Qui il romanzo scopre un aspetto memoriale: il cammino tra uomini e donne afflitti da ricordi più vividi di feroci scottature. Nessuno riesce a dimenticare i fatti accaduti ottant’anni prima. Ciò nonostante scelgono un silenzio amaro, dietro il quale celarsi.

Gli eventi mettono finalmente i due di fronte ad un vecchio medico, il dottor Pezzan, che ammette di aver assistito all’esecuzione di molti italiani d’Istria da parte di Strcic. Ma è anche un legame per arrivare a un profugo che in Italia ha fatto fortuna, Piero Bonfini e al quale debbono rivolgersi per sapere qualcosa circa l’omicidio del giudice.

La soluzione finale sta nel figlio di Piero, Fulvio, è lui che ha sparato e tentato di depistare con avvertimenti Bruno.

Il romanzo, allora, si fa riflessione. Una riflessione morale su quanto è accaduto e sul senso della Giustizia che cerca Bruno. Da una parte ci sono le mani sporche di sangue di Fulvio e l’odio del dottor Pezzan («non avevo molto tempo il male che aveva fatto», dice e in un altro passo sostiene «quando al processo ho visto che i politici antifascisti, i giornali si mettevano in difesa dell’imputato tirando fuori per l’ennesima volta gli eccidi dell’esercito italiano e il lager di Arbe come se questo bastasse a giustificare tutte le violenze subite da noi istriani e fiumani» ).

La loro è una Giustizia sommaria. Banale. All’odio corrisponde altro odio. La giustizia si fa solo passando per il sangue. E se questo non avviene sono coloro che vengono dopo a dover portare a termine quanto non fatto.

Dall’altra si sono le parole di Piero: «volevo far emergere la superiorità della democrazia, del diritto rispetto ai loro tribunali del popolo, alle condanne sommarie, alle migliaia di innocenti di morti ammazzati proditoriamente, alle sparizioni, il tutto peraltro nascosto dietro parole che parlavano di democrazia popolare, di libertà, di pace e di fratellanza».

Una giustizia che Bruno comprende e apprezza perché è l’unica capace di interrompere quell’aspirale d’odio che mai si chiuderà.

C’è da chiedersi se ci sia un legame con la giustizia proposta nei romanzi dello svizzero Dürrermatt; sta di fatto che Zandel riesce, con interessantissime chiose storiche, a dare al lettore dei riferimenti storici, ma anche a ripercorrere un dramma che non è molto conosciuto. E a mostrare gli esiti degli eccidi: il silenzio dei vivi, la morte assordante di una donna, come Carmen Paulinich Siben, che dopo gli orrori della guerra finisce nella solitudine del manicomio. Ecco, Zandel dà a quest’ultima, tramite le parole di Piero, suo figlio, la possibilità di un riscatto morale al di fuori da ogni tribunale o luogo di vendetta.

A Zandel il merito di aver pensato una storia che tocca luoghi oscuri dell’Europa, come Arbe o il campo di Goli Otok. E lo inserisce in quel filone di riflessione che si narrativa, di questi ultimi tempi, che va da Magris, passa per Covacich, arriva al Gian Mario Villalta e al suo L’Isola senza memoria.

Dalla presentazione dell’editore:

Guido Lednaz, giornalista e scrittore figlio di profughi fiumani, si interessa all’omicidio del giudice La Spina, rivendicato da un gruppo di estrema destra per il contributo dell’uomo all’assoluzione del criminale di guerra titino Josip Strčić (personaggio liberamente ispirato a Oskar Piškulić, capo della polizia politica di Tito autore degli eccidi nelle foibe). Seguendo varie piste investigative e rimettendosi in contatto con figure del suo passato, Lednaz ripercorre una delle pagine più sanguinose della storia presentando il resoconto delle atrocità della Seconda guerra mondiale e il conseguente esodo di un intero popolo. Un’avvincente indagine dalle tinte noir, condotta tra Roma e Trieste, che porterà il protagonista a una drammatica verità.