Sabato prossimo inizia la sessione primaverile di Prima i Lettori. Nell’attesa rileggevo un Maigret d’annata.

Da anni mi chiedo cosa ci faccia amare così tanto Maigret. Le atmosfere certo, la pazienza, la psicologia, i protagonisti sempre solidi e perfettamente ritratti, ma anche, alle volte certe pagine di osservazioni, ricordi e quella intimità dolorosamemente amorosa tra lui, Maigret e sua moglie.

Qui di seguito due esempi.

Maigret è lontano da giorni da casa. E’ una domenica mattina di marzo. Maigret è ancora a letto. Poltrisce. Dopo tanta pioggia c’è finalmente il sole che filtra dalle persiane.

“Esitò a lungo prima di allungare il braccio per prendere l’orologio sul tavolino da notte. Erano le nove e mezzo. A Parigi, sul boulevard Richard-Lenoir, se anche lì era finalmente primavera, la signora Maigret aveva certamente aperto le finestre e faceva le pulizie in camera da letto, in vestaglia e pantofole, mentre un intingolo cuoceva lentamente sul fuoco.”

E ancora:

“Disse il suo numero, e andò a mettersi sulla soglia dell’albergo. Non c’era nessuno, oggi, che lo guardasse. Un gallo cantava, non lontano, e si udiva scorrere l’acqua della Vendée. Quando una vecchia in capello viola gli passò accanto, avrebbe giurato che i suoi vestiti sprigionavano in odore d’incenso. Era proprio domenica.
<<Pronto? Sei tu?>>
<<Sei ancora a Fontenay? Mi chiami da Chabot? Come sta sua madre?>>
Invece di rispondere fece a sua volta una domanda:
<<Che tempo fa a Parigi?>>
<<E’ primavera, da ieri.>>
<<Dal pomeriggio di ieri?>>
<<Sì. Ha cominciato subito dopo pranzo.>>
Maigret aveva perso mezza giornata di sole.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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