Da Claudio Cherin riceviamo questo racconto che volentieri pubblichiamo.
Dalla fotografia sbiadita si leva una voce. Appartiene a zia Sophia. Sorridi, Ingeborg, ti scatto una foto, dice.
Le due erano salite in barca, mentre il mondo sbadigliava e cercava di sottrarsi al torpore della nebbia mattutina. Un brivido d’ombra aveva percorso entrambe, prima di prendere il largo. La dodicenne, solo allora, aveva alzato lo sguardo.
Il cielo era un fruscio d’aironi, il sole un bagliore.
In acqua sei diversa, aveva constatato la zia. Ora sembri un gabbiano ferito. Non si capacitava che in acqua Ingeborg avesse la leggerezza di una libellula. E che a quella ragazzina se ne fosse sostituita un’altra accigliata, curva, con le braccia piegate, la smorfia sul volto, l’aria sofferente.
No, l’occhio gelido della macchina fotografica non aveva colto gli arabeschi disegnati dal vento leggero sulla pelle di Ingeborg. Né l’odore di vaniglia e mughetto dei suoi capelli che si confondeva con quello di verbena della donna. Tantomeno il grido d’un rapace delle alpi laggiù o l’afrore di vegetazione putrida del lago.
Era un’ombra? Un presagio che vela un volto? L’occhio metallico aveva colto solo un sorriso imbarazzato. Il fastidio veniva dal costume bagnato che le si appiccicava addosso. Ingeborg era solita nuotare nuda come immaginava facessero i circassi, i nativi americani o i Lanzichenecchi con cui avrebbe vissuto un giorno.
Sono passati anni, il suo è ancora il sorriso della ragazzina del ‘39. Allettata all’Umberto I per un osteosarcoma Ingeborg si chiede se la foto comparsa per caso sia gioco, ripicca o monito del destino.
Vorrebbe avere le forze per tornare sul Wörthersee. E accertarsi che la barca sia ancora lì. Intatta.
Dio, pensa un’Ingeborg stanca trentaquattro anni dopo, c’era un tempo in cui non facevo che muovermi libera nell’acqua.

