Da Claudio Cherin, gradito ritorno, riceviamo questa recensione.

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Moravia e Quarantotti Gambini in America – L’America degli estremi, Bompiani (Moravia) Vs Neve a Manhattan, Fazi (Quarantotti Gambini)

  di Claudio Cherin

I reportage di Moravia raccolti ne L’America degli estremi (Bompiani editore, 2021) raccontano uno scrittore controverso che si distacca da tutti gli scrittori italiani che ne hanno scritto.

Per Moravia gli Usa sono un luogo d’attrazione lungo trent’anni. Ma il suo modo di pensare e giudicare il paese non cambia: c’è condanna morale, ammirazione, ma soprattutto stupore che si fa rabbia. Come quando lo scrittore al Vassar college si adira perché le ricche ragazze americane non sanno chi siano Nievo e Svevo; e a Moravia pronto a dare chiarimenti, chiedono se sia un cavaliere per il ballo annuale dell’Istituto. «Eccomi dunque mutato da professore a cicisbeo», commenta lo scrittore con amarezza, e poche righe dopo scrive «mi spiegò che al ballo avrei dovuto ballare con sedici sue compagne e negli intervalli stare con lei».

Uno dei più feroci pezzi è quello contro le donne americane. Pensano solo ai soldi, scrive Moravia, sono sempre pronte a divorziare se il marito non guadagna abbastanza, «la donna americana è come le condizioni della vita nel suo paese l’hanno formata», il matrimonio è una associazione d’affari, un «concubinaggio legale». I ritratti che Moravia fa dell’uomo e della donna americani sono impietosi. Le americane si sposano molto giovani, sono «ignorantissime», e quando diventano vecchie, si danno a qualunque tipo di beneficenza con lo stesso zelo con cui in Europa si buttano sulla religione.

Emergono paesaggi urbani ignoti ai lettori italiani del tempo: il drugstore («la farmacia moderna dove si mangia e si possono comprare profumi e sveglie e libri di filosofia»), la solitudine («il negro si sfama con un sandwich al burro di noccioline del Brasile e altri lungo il banco, fedeli alle vitamine ‘a’ e ‘b’, bevono bicchieri di latte e miscele di pomodoro»), il momento del pasto che non è condivisione («frettoloso, divorato tra gli odori mescolati e inconciliabili della farmacia e della cucina, lascia una digestione stupita: si dubita di aver mangiato, si paga alla cassa con l’impressione di aver comperato uno spazzolino da denti oppure un pezzo di sapone piuttosto che di essersi nutriti»).

I giudizi antropologici sono funesti: per l’americano «tutto è buono fango e ciarpame come oro e diamanti, fenomenale è assenza completa di ogni senso critico», «il cosmopolitismo americano con emigranti talvolta provenienti da civiltà antiche e raffinatissime come per esempio l’Italia e la Germania avrebbe dovuto produrre una delle civiltà più ricche e più profonde del mondo», mentre vede sotto i suoi occhi: tutti questi emigranti arrivati in America spogliarsi delle loro origini, della loro anima perché «l’America è un’ingrata terra promessa». Forse proprio perché a nessuno sembra interessare il mondo europeo da cui provengono. Troppo presi ad accumulare denaro. «Tre quarti della personalità dell’europeo è composta di elementi culturali, religiosi, politici, sociali, tradizionali, che fuori del paese che li ha prodotti o muoiono o sono di ingombro. Sbarcavano dunque gli emigranti sacrificando all’America la parte più originale di loro stessi. Cultura da sostituire alla loro l’America non ne aveva. La vita degli Stati Uniti si fissò così sul piano più basso, quello economico».

Moravia ricerca la cultura contadina, il focolare, le usanze popolari in un’America che è andata oltre. Per questo scrive: «ci sono solo città o il nulla». Lo colpisce la smisuratezza delle città. Trova Chicago orrenda anche architettonicamente. «Nuova York è come l’Africa: l’uomo pensa soltanto a campare e soddisfare certe esigenze fisiche».

Una volta arrivato a San Francisco – per la seconda volta negli anni Cinquanta –, si imbatte in una società totalmente psicanalizzata. Viene portato in giro da delle signore californiane che lo lasciano in macchina ad aspettare mentre corrono dal loro psicoterapeuta (che sarà sublimato poi da Woody Allen). La psicanalisi negli Stati Uniti «conta ormai migliaia di praticanti sparsi per tutto il paese». Secondo Moravia la psicanalisi serve a rendere tutti più funzionali in una società puritana (in questo momento lo scrittore pensa forse agli scritti di Marcuse e di Weber).

Con malinconia e rabbia pensa che in fondo che America e Russia sono nemiche perché uguale è la produzione per le masse (e poi vitupera il proprietario della catena, finanziatore di McCarthy; però in Russia non tutti ricordano la bontà delle merci prodotte).

 Diverso è il modo di pensare l’America da parte di Pier Antonio Quarantotti Gambini. Acuto osservatore come il primo, però dal volto più umano. Privo di quel moralismo che Alberto Moravia dimostra fin dalla prima riga; per lo scrittore istriano il viaggio è un ‘luogo’ dove rivedere e ritrovare le proprie piccole memorie, riflettere sulle differenze, descrivere ciò che vede. La prima cosa che annota, quello che diventerà un libro di viaggio,  dal titolo Neve a Manhattan − presente nelle Opere scelte (Bompiani, 2015) − è la brillantezza del cielo («cielo azzurrissimo di New York»; «mi accade di continuo di alzare gli occhi all’azzurro», «il barbaglio bianco è […] del cielo»», vi sono «cieli arricciati di piccole nubi come in certe miniature di libri d’ore, […] il cielo di New York  è corso spesso da nuvole giganti che nessuna montagna ostacola»), le nuvole («basta guardare l’azzurro, e quelle nuvole trascorrenti perché la grandezza del grattacielo sia di colpo annullata») i postini («mi sorprende quella mancanza di differenza con un postino europeo»), ma anche le donne che spazzano la strada, tanto da fargli scrivere quasi subito «proverò la stessa impressione di non essere a New York, ma vicino a casa». E, con quella scrittura simile a un tratto impressionistico, se non epigrammatico, il bisogno di una familiarità che lo riporti subito da dove è partito («inverno di diamante. Inverno di Vivaldi. Tutto pizzicore di gelo limpido musicale scattante. E Vivaldi mi fa pensare di nuovo a Venezia»).

Questo suo cercare la familiarità in un mondo che sa essere molto, troppo lontano e troppo grande al suo sguardo, è un modo per entrare in quel mondo, che sa, preso di petto, abbacinante. Si concentra così sulla lucentezza del cielo, sugli istanti marginali che esistono pur sempre accanto alla vita frenetica, alla concorrenza nel lavoro, alla «gerarchia del lavoro» e al sovrano assoluto, che, come gli viene detto ad un certo punto, è il dollaro.

Se Moravia ha modo di ripensare o approfondire la sua idea dell’America, Quarantotti Gambini non lo fa. Il suo unico viaggio ha come mete New York, Manhattan, Filadelfia, Boston. Il tutto in poche settimane, negli anni Trenta.

Come tutti i viaggiatori, alla base della partenza c’è lo stupore. Ci si muove per cercare qualcosa. O per scoprire qualcosa. E Quarantotti Gambini non esita a chiedersi chi «ma chi osserva questo spettacolo? Forse è doppiamente bello perché nessuno lo nota».

Come altri prima di lui nota la distanza e la differenza che c’è tra il mondo europeo e quello americano. Ma non sembra cercare in esso, come Moravia, la continuazione dell’Europa. Se Moravia è alla ricerca di un modo di vivere, alternativo o che fornisca a risposte agli uomini degli anni Trenta, Quarantotti Gambini non sembra avere alcuna riserva. Lo scrittore istriano non si fa sociologo, ma cerca di aprirsi e comprendere la realtà che gli si mostra, conoscere la terra che calpesta, senza soprastrutture. Come farebbe uno scrittore: attraverso il proprio vissuto, la sua sensibilità, lo sguardo per i particolari, il correre dietro alle storie che gli si mostrano davanti.

La libertà, la vita delle donne emarginate («Biancaneve è [qui] ben sveglia», commenta ad un certo punto), l’emigrazione, ma anche le differenti culture che si trovano a convivere sotto lo stesso cielo non sono necessariamente ciò che dall’Italia si immagina. L’odio nei confronti delle minoranze nota da Gambini (quella ebrea e quella nera) che, come in Italia e in Europa è negli anni Trenta palese, in America è opportunamente velato, cosa che ricorda quanto descritto da N. V. Naipaul nel libro Nel sud (Mondadori, 1987) dove il razzismo, la guerra di secessione, e le tensioni mai sopite derivate da questa alimentano il bisogno di identità territoriale e religiosa.