Roberto Cornetta mi segnala questa raccolta di racconti di Brjusov, poeta russo di inizio del novecento, che si occupò anche di teatro, di storia e di critica letteraria e viene considerato uno dei membri più rappresentativi del simbolismo russo.
A questo proposito Roberto segnala in particolare una malattia descritta a pagina 51 del testo. Ecco cosa ne scrive:
C’è una malattia descritta a pagina 51 de La Repubblica della Croce del Sud, racconto che apre la raccolta L’asse terrestre, dello scrittore simbolista russo Valerij Brjusov (edizioni Voland). Si chiama mania contradicens, è virale e contagiosa ed i suoi sintomi sono ben indicati: chi ne è affetto contraddice costantemente i propri desideri, vuole una cosa ma ne dice e ne fa un’altra, dice “sì” quando intende “no”, insulta quando vorrebbe essere gentile, uccide per salvare. Con il progredire del contagio i discorsi diventano sempre più incomprensibili, le azioni assurde, la personalità si disgrega in una contraddizione permanente e la città si autodistruggerà. Così molti moriranno suicidi nell’intento di sopravvivere ed altri finiranno ammazzati per sbaglio. Il tema, per via degli eventi cui assistiamo più o meno ammutoliti di questi tempi, non potrebbe che essere più attuale.
Ed è spontaneo pensare che la contraddizione non sia una patologia dell’uomo bensì la sua condizione originaria — non un incidente ma il segno stesso del nostro vivere. Se non fosse che l’errore umano di valutazione della realtà è inconsapevole, e il male che ci si fa o che si cagiona non era considerato tale nel programma iniziale. Ma con Brjusov la contraddizione cessa di essere tragedia individuale del libero arbitrio e si trasforma in un fenomeno collettivo, in una forma di epidemia che non si lascia più ricondurre alla responsabilità del singolo.
I cittadini della Città Stellare non scelgono di precipitare nella follia, ma — ammesso che una scelta di tal specie sia davvero possibile— vi cadono come all’interno di un dispositivo che li ingloba, poiché la mistificazione sistematica della realtà, quando diventa costume condiviso e si prolunga nel tempo, finisce per trasmettersi come un contagio silenzioso che non ha bisogno di essere imposto per imporsi. In questo senso, chi lotta in nome della libertà e dei diritti servendosi di strumenti coercitivi finisce per produrre oppressione, mentre chi persegue la giustizia con l’arroganza genera rancore e, proprio così, la nega, al punto che il mezzo ha già divorato il fine senza che nessuno se ne accorga e la dinamica che si dispiega davanti agli occhi non è altro che quella che la filosofia della storia ha descritto come eterogenesi dei fini.
La Repubblica della Croce del Sud si presenta come uno Stato ultramoderno, integralmente razionale, governato da un Consiglio che pretende di sapere e controllare tutto, nel quale la censura si esercita in modo capillare, il coprifuoco regola il tempo e una rete di sorveglianza attraversa ogni spazio, dando l’impressione di un ordine compiuto e definitivo.
E tuttavia è proprio questa razionalità, spinta fino al limite, a generare il delirio, perché la contraddizione non irrompe dall’esterno ma germoglia dall’interno come conseguenza necessaria del controllo totale, come se l’eccesso di ordine producesse inevitabilmente il proprio rovescio.
Brjusov appartiene al Simbolismo russo, ma si inscrive anche in qualcosa di più profondo e più antico — in quel moto che attraversa la cultura russa e che, nel senso più radicale in cui lo interpreta Tagliagambe, non costituisce una corrente tra le altre ma una struttura che sembra precedere il pensiero stesso e contribuire a formare ciò che, con una formula ormai inevitabile, continuiamo a chiamare “anima russa” — prendendo a prestito il titolo dell’omonimo libricino di Virginia Woolf..
Brjusov conosceva bene quelle idee — era lettore vorace di Darwin — ma ne sovverte silenziosamente la logica: ciò che il Cosmismo immaginava come conquista definitiva dello spirito umano, nella Città Stellare si rivela la premessa della catastrofe. Non è una negazione della ragione — è la sua reductio ad absurdum, condotta con la stessa impassibilità con cui un chimico osserva una reazione che distrugge il laboratorio.
La medesima eredità affiora negli altri racconti della raccolta. In Nello specchio una donna combatte contro la propria immagine riflessa con la stessa logica del Goljadkin del Sosia dostoevskijano — ma il doppio brjusoviano ha perduto ogni pathos morale, è trattato come referto psichiatrico, descritto con la neutralità di chi osserva un fenomeno in vitro. In Ora che sono sveglio la narrazione in prima persona si fa progressivamente inaffidabile, il confine tra veglia e sogno si dissolve senza dramma, quasi per inerzia, lasciando il lettore senza suolo sotto i piedi. E come Pietroburgo genera follia nei romanzi di Dostoevskij per la sua innaturalità strutturale, così la Città Stellare produce la propria distruzione per la medesima ragione: è un organismo eretto contro natura, e la natura si riprende ciò che le appartiene.
Collocato storicamente, Brjusov è l’anello mancante tra la grande tradizione romanzesca russa dell’Ottocento e la distopia novecentesca. Scrive La Repubblica della Croce del Sud nel 1905; Zamjatin scriverà Noi nel 1920, il testo che ispirerà direttamente Huxley e Orwell. Il filo è coerente e sotterraneo, dove tutti e tre descrivono società razionalmente perfette che generano la propria distruzione, tutti e tre usano il linguaggio burocratico come strumento stilistico del perturbante. Ma Brjusov arriva primo, senza modelli, quasi per deduzione logica da premesse interamente russe — Dostoevskij da un lato, il positivismo scientifico dall’altro.
La Repubblica della Croce del Sud è concepita come un reportage postumo, redatto quando la città è già cenere, con tono burocratico e notarile: il lettore riceve l’apocalisse come un verbale amministrativo. Poe spaventa perché trascina tutti nel gorgo emotivo ma Brjusov disturba perché rimane impassibile — come un medico che redige la cartella clinica di un paziente già morto. Cento e venti anni dopo, quella cartella è ancora aperta.
