Claudio Cherin ci racconta la miniserie televisiva firmata Sergio Rubini.
Leopardi. Il poeta dell’infinito è passato su Rai1 martedì 7 e mercoledì 8 gennaio. Sergio Rubini, il regista delle miniserie, racconta il grande poeta, filosofo e pensatore politico, e uno dei massimi esponenti della cultura italiana di tutti i tempi, attraverso uno sguardo inedito, più intimo e segreto. Coprodotta da Rai Fiction, IBC Movie, Rai Com e Oplon Film, la miniserie rappresenta la prima regia televisiva per Sergio Rubini, che firma anche la sceneggiatura insieme a Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini.
La miniserie racconta la vita di Giacomo Leopardi; ma anche i suoi versi, i primi, che forse inconsapevolmente, sono capaci di incendiare non soltanto le passioni amorose, ma anche gli ideali politici (e il fervore sui liberali; qualcosa, questa, che non sempre viene riportato nei manuali di letteratura di scuola o sui testi universitari).
Il poeta è interpretato da Leonardo Maltese, già apprezzato nei film Rapito di Marco Bellocchio e ne Il Signore delle Formiche di Gianni Amelio, è capace di rendere il suo personaggio vivo, umano, alle volte puro e speranzoso come si può essere a quindici anni. Quella speranza che anni dopo guarderà con in un misto di rancore e di disprezzo nella poesia A Silvia («Quando sovviemmi di cotanta speme, / un affetto mi preme / acerbo e sconsolato, / e tornami a doler di mia sventura. / O natura, o natura, / perché non rendi poi /quel che prometti allor? perché di tanto / inganni i figli tuoi?»).
Sergio Rubini fa del Poeta recanatese una mente libera e avversa ai compromessi che ha sfidato il suo tempo: l’invasore austriaco, la Chiesa e gli stessi fondatori del nascente stato italiano. Leopardi – Il poeta dell’infinito colpisce non solo per l’incredibile sforzo produttivo – parliamo, infatti, di una grande produzione in costume ‒ girata tra Recanati, le Marche, Bari, la Puglia, Mantova, Torino, Roma, Napoli e Bologna, ma anche per il ritratto psicologico non solo del protagonista, ma anche di tutti i personaggi principali. Dall’austero padre Conte Monaldo leopardi (Alessio Boni) alla madre Adelaide Antici (Valentina Cervi) passando per l’amata Fanny Targioni Tozzetti (Giusy Buscemi), emblema dell’amore irraggiungibile magnificato nei suoi versi, l’amico Antonio Ranieri (Cristiano Caccamo), Don Carmine (Alessandro Preziosi) e Pietro Giordani, l’amico e mentore del poeta che ha il volto del bravissimo Fausto Russo Alesi (che sembra un personaggio pop, con quegli occhialetti verdi) insieme al quale Leonardo Maltese ha lavorato in Rapito di Bellocchio.
Bambino prodigio paragonabile a Mozart, adolescente ostile ai genitori, poeta romantico, filosofo e pensatore politico, Giacomo Leopardi è stato il primo esistenzialista della modernità affianco a Schopenaur e al danese Kierkegaard (come non ricordare il libro di Riccardo Scrivano Capitoli leopardiani, Bulzoni, Roma, 2003?), e ora grazie alla fine elaborazione che ne ha fatto Sergio Rubini si mostra in tutta la sua natura accattivante e controcorrente che gli studi scolastici spesso non approfondiscono come meriterebbe. Il regista ha voluto dare forma a un Giacomo Leopardi che andasse oltre l’immagine canonica di un uomo immerso in una malinconica solitudine a tinte gotiche, sclerotizzata da una perenne sofferenza fisica, per fare in modo che ne emergesse un’altra completamente diversa: quella caratterizzata da una vitalità dirompente. Più che lo studioso curvo perennemente sui libri, Giacomo Leopardi per Rubini è un esuberante ragazzo (che mai diventa uomo) che desidera divorare il mondo e viverne ogni sfaccettatura. E questo fa sì che Rubini racconta racconti il poeta dell’infinito con un gran fascino.
A Martone e a Rubini il merito di aver scritto, diretto e immaginato il poeta italiano per eccellenza. E di averlo raccontato.
