Ho chiesto a ChatGPT di scrivere un racconto su un migrante bloccato in Libia. Questo è il risultato.

Il sole cadeva pesante sulle lamiere del campo di detenzione di Zawiya, in Libia. Youssef sedeva con la schiena contro il muro polveroso, le gambe raccolte al petto, il fiato corto. Era partito dal Mali otto mesi prima, con il sogno di attraversare il mare e raggiungere l’Europa. Ora era bloccato lì, in un limbo di violenza e paura.

Aveva pagato i trafficanti con tutto ciò che aveva, sperando di imbarcarsi per Lampedusa. Ma il suo viaggio si era fermato quando la guardia costiera libica aveva intercettato il gommone e lo aveva riportato indietro. Lo avevano rinchiuso in quel centro, un inferno dove il cibo scarseggiava e le guardie picchiavano chiunque osasse alzare la voce.

Accanto a lui, Omar, un giovane sudanese con gli occhi spenti, gli porse una borraccia quasi vuota. «Bevi», sussurrò. Youssef scosse la testa, sapeva che l’acqua era preziosa. Ma Omar insistette e lui prese un sorso, sentendo il liquido caldo scendere in gola come un filo di speranza.

Ogni giorno nel campo era uguale all’altro. Le grida, le preghiere sussurrate, il rumore sordo dei passi delle guardie. Alcuni prigionieri scomparivano di notte e non tornavano più. Si diceva che venissero venduti ai trafficanti o abbandonati nel deserto.

Ma Youssef non voleva arrendersi. Conosceva qualcuno che poteva aiutarlo: Ibrahim, un uomo di Tripoli che organizzava fughe dal campo. Non era economico, né sicuro, ma era l’unica possibilità. Una notte, quando il campo era immerso nel silenzio rotto solo dal ronzio delle lampade, Ibrahim arrivò. Un colpo secco alla parete di lamiera. Youssef e Omar si alzarono, il cuore in gola.

Strisciarono nell’ombra, seguendo il sentiero tra le baracche. Le guardie dormivano o erano troppo impegnate nei loro affari per notare due corpi che si muovevano silenziosi come ombre. Raggiunsero il varco nella recinzione e Ibrahim fece cenno di sbrigarsi.

Fuori li attendeva un furgone malridotto. Youssef salì, il cuore martellante. Forse non sarebbe mai arrivato in Europa, forse sarebbe morto nel deserto o in un altro campo. Ma almeno, quella notte, era di nuovo in viaggio. Verso il mare. Verso la libertà.

Il furgone sfrecciava attraverso la notte libica, sollevando polvere sulla strada dissestata. Youssef guardava fuori dal finestrino rotto, il cuore ancora in gola. Accanto a lui, Omar stringeva il bordo del sedile con le dita ossute, mentre Ibrahim guidava senza dire una parola.

Dopo ore di viaggio, si fermarono in una casa diroccata ai margini di Tripoli. Dentro c’erano altri uomini e donne, tutti con lo stesso sguardo affamato di speranza. Un trafficante li osservava con occhi spenti, valutando il loro valore.

«Domani notte, il mare» disse Ibrahim. «Se avete soldi, pagate ora. Altrimenti… trovate un modo.»

Youssef e Omar si scambiarono un’occhiata. Non avevano più nulla. «Posso lavorare,» disse Youssef, sperando che servisse.

Ibrahim rise piano. «Lavorare? Qui non è così semplice.» Poi si voltò e uscì, lasciandoli con il dubbio.

Quella notte, Youssef e Omar dormirono poco. Il mattino dopo, mentre il sole bruciava le pareti di cemento della casa, Youssef sentì Omar sussurrare: «Forse dobbiamo separarci.»

Youssef si girò di scatto. «Cosa? No. Abbiamo fatto tutto questo insieme.»

Omar abbassò lo sguardo. «Ho un cugino qui, a Tripoli. Può aiutarmi a trovare lavoro. Forse è più sicuro. Tu vuoi ancora il mare…»

Youssef sentì un nodo stringersi in gola. Era vero. Lui voleva ancora attraversare. Ma senza Omar, quel viaggio sembrava ancora più pericoloso.

Si abbracciarono in silenzio. Poi Omar si voltò e sparì tra le strade polverose della città.

Youssef non aveva un soldo, e lo sapeva. Ma non era il solo. Molti dei migranti ammassati nella casa diroccata erano come lui: senza denaro, senza più nulla da dare.

Dopo che Omar se ne andò, Youssef passò il giorno a osservare i trafficanti. Notò un uomo che chiamavano Abu Salem, un libico robusto con una cicatrice sulla guancia, che sembrava avere più potere degli altri. Lo vide parlare con Ibrahim e poi indicare alcuni migranti, scegliendo quelli che avrebbero potuto pagare. Gli altri, invece, venivano messi da parte.

Quando il sole calò, Youssef si avvicinò a Ibrahim. «Lasciami lavorare per il passaggio.»

L’uomo lo squadrò, divertito. «Che sai fare?»

«Qualsiasi cosa.»

Ibrahim scosse la testa. «Non funziona così.» Poi abbassò la voce: «Ma Abu Salem ha bisogno di gente per scaricare merci. Se lavori per lui, forse fra un po’ chiuderà un occhio.»

Youssef non aveva scelta. Venne portato in un magazzino vicino al porto, dove altri migranti stavano scaricando casse da un camion. Il lavoro era pesante, e i trafficanti li sorvegliavano con le armi in pugno.

Giorno e notte, giorno e notte. I camion da scaricare arrivavano di continuo. Solo brevi pause per mangiare un pezzo di pane e bere dell’acqua marrone.

Spesso le casse puzzavano di benzina e salsedine. Youssef capì subito che stavano maneggiando carburante per le barche dei trafficanti. Il sudore gli colava sulla schiena mentre lavorava, le braccia tremavano per la fatica. Ma lavorava, lavorava, giorno e notte e così per un mese e anche più.

Dopo un mese, una sera Abu Salem lo guardò e disse solo: «Vai al punto di incontro stanotte. Ma se parli o fai domande, ti lascio qui.»

Youssef annuì, senza fiatare.

Quella sera, raggiunse la spiaggia, esausto ma pronto. Il mare scuro si stendeva davanti a lui, e al largo, un gommone ondeggiava nell’ombra. I trafficanti lo fecero salire senza una parola. Aveva pagato con il suo sudore. Adesso, il mare avrebbe deciso il resto.