Dopo aver conosciuto il ragionier Finetti, il suo problema, il mestiere che fa e la sua famiglia, che altro ci resta da scoprire su questo benedetto uomo?
Il ragionier Guido Finetti aveva un segreto, e si chiamava Silvia. Silvia non era una donna straordinaria per i canoni comuni, ma per Guido era una sorta di miracolo. Con i suoi capelli color mogano ossigenato e qualche chilo di troppo che portava con orgoglio, era una presenza calorosa, vibrante, diversa dall’austerità domestica di Eleonora.
Cinquantenne con un passato turbolento, Silvia aveva vissuto anni difficili, segnati da notti di eccessi e scelte sbagliate. Era stata una habitué del mondo della cocaina, finché un giorno il suo corpo aveva detto basta. Quell’abuso le aveva rovinato i recettori nasali, lasciandola con un olfatto quasi inesistente.
Quando si erano incontrati, Guido aveva immediatamente notato quella peculiarità. Lei non aveva mostrato il minimo fastidio per il suo odore, e anzi, gli si era avvicinata come nessun altro aveva mai fatto. “Non sento niente, sai? Potresti puzzare come un caprone bagnato o profumare di Chanel, per me è lo stesso.”
Silvia rideva spesso di questa ironia del destino, e per Guido era un sollievo. Con lei si sentiva libero, non giudicato. Poteva parlare, rilassarsi, persino togliersi le scarpe senza temere sguardi di disgusto.
Le loro “fughe” erano semplici. Guido affittava una piccola stanza in un motel anonimo in periferia, arredato con mobili sbiaditi e un letto scricchiolante. Silvia lo aspettava con una bottiglia di vino economico e due bicchieri di plastica, pronta ad ascoltare le sue lamentele sul lavoro, la famiglia, e, soprattutto, sull’odore.
“Sei troppo duro con te stesso, Guido,” gli diceva, accarezzandogli la mano. “Hai un odore forte, e allora? Sei un uomo forte, questo è tutto.”
Guido sospirava. “Vorrei che Eleonora la pensasse come te.”
Eleonora sa?
Eleonora non era stupida. Anni di convivenza con Guido le avevano insegnato a notare i piccoli cambiamenti: l’aria più leggera che aveva quando rientrava da certi appuntamenti, quel sorriso malinconico che sembrava voler nascondere qualcosa. Ma lei non aveva mai detto nulla.
Forse perché, in fondo, lo capiva. Eleonora sapeva di essere una donna pratica, persino fredda a volte. E, anche se il loro matrimonio era stabile, mancava qualcosa. La passione, forse, o semplicemente la leggerezza.
Una sera, mentre sistemava il bucato, si fermò a riflettere. “Silvia, eh?” mormorò tra sé, immaginando quella donna senza volto. “Deve essere qualcuno che lo fa sentire… libero.”
Non provava gelosia, ma piuttosto un misto di sollievo e compassione. Lasciava correre. Guido non sarebbe mai scappato, non avrebbe mai messo a rischio la famiglia. Silvia era una valvola di sfogo, nulla di più.
Una sera, mentre Guido e Silvia stavano brindando con il loro solito vino scadente, Silvia lo guardò con un sorriso complice. “Sai, Guido, penso che tua moglie lo sappia.”
Guido sbiancò. “Che cosa ti fa pensare una cosa del genere?”
“Perché le donne sanno sempre tutto,” rispose Silvia, alzando il bicchiere. “E se non ti ha detto niente, vuol dire che va bene così. Forse, in fondo, ha capito che anche tu hai bisogno di qualcosa che lei non ti può dare.”
Guido rimase in silenzio, con lo sguardo perso nel bicchiere. Aveva sempre pensato che la sua doppia vita fosse un segreto ben custodito, ma forse Silvia aveva ragione.
Quella sera, tornando a casa, Guido trovò Eleonora seduta sul divano, immersa nella lettura di un libro. Sollevò lo sguardo e gli lanciò un’occhiata fugace, carica di un’intesa silenziosa.
“Sei tornato tardi,” disse semplicemente.
“Sì, c’era traffico,” rispose lui, evitando di incrociare i suoi occhi.
Lei non disse altro. Forse perché, come Silvia, sapeva che Guido non era un uomo da grandi passioni, ma uno che cercava piccoli spazi di felicità.
E così continuarono, ognuno con i propri segreti, ognuno con le proprie verità non dette, in un ménage familiare fatto di silenzi, bicarbonato e compromessi che sapevano di amore, in qualche modo.

