Ieri sera con un amico ho visto l’Arte della Commedia di Eduardo de Filippo nella versione curata da Fausto Russo Alesi.

Non mi ha convinto. Attori bravi, ottimi, per la verità, ma trasposizione scenica e scelte registiche discutibili.

Per chi non ricordasse (e immagino siano molti visto che non parliamo di una dei testi maggiori di quel genio che è stato De Filippo) la trama si svolge in una immaginaria cittadina dell’Italia centrale dove di recente sono avvenute tre cose straordinarie: è andato a fuoco il teatro mobile della compagnia teatrale Campese, a venti chilometri è successo un terribile incidente ferroviario che impegna tutte le forze dell’ordine della cittadina, si è appena insediato il nuove prefetto.

Ora il teatrante Campese, ottenuto dal precedente prefetto l’uso gratuito del teatro comunale, ora chiede udienza a nuovo prefetto per chiedergli di assistere alla sua prossima recita così da far pubblicità in città ai suoi spettacoli. Il prefetto indignato lo butta fuori dalla porta. Nell’espellerlo Campese riceve per sbaglio la lista delle personalità del posto che verranno ricevute quel giorno dal nuovo prefetto e con quella lista in mano Campese minaccia il prefetto (che non conosce nessuna di quelle persone e non ha nessuno che possa riconoscerle visto che tutte le forze dell’ordine sono sul luogo del disastro ferroviario) di sostituire i notabili del paese con i propri commedianti, per dimostrare de visu la loro bravura. Il prefetto lo minaccia a sua volta di non mettere in atto tale proposito che costituirebbe un reato (false generalità) di cui Campese e i suoi dovrebbero poi pagare le conseguenze.

Il secondo atto consiste nella sfilata dei convenuti a cui noi spettatori (e il prefetto) assistiamo non sapendo se sono il vero medico, il vero parroco e la vera insegnante oppure i colleghi di Campese travestiti. La commedia finisce con un episodio tragico, il suicidio di uno dei convenuti, cui il prefetto non crede e non vuole credere: pensa si tratti ancora una volta di un trucco teatrale. E con quel dubbio la commedia si chiude.

Come dicevo attori ineccepibili, ma scelte registiche discutibili, molto.

Che senso ha tenere sempre sul palcoscenico un servo di scena (che nel testo non c’è) che goffamente muove le cose e recita la voce fuoricampo di congiungimento delle varie parti e ad un certo punto si esibisce in una curiosa danza magica (con spargimento di polvere) per far ripartire un orologio, orologio anch’esso assente nel testo originale?

Che senso hanno delle funi che nel primo tempo ad un certo punto spuntano dal soffitto senza intralciare la recitazione sottostante e poi altrettanto misteriosamente scompaiono?

Che senso ha far recitare il piantone come una figura da fumetto?

Che senso ha quella scena in cui prefetto e suo aiutante ricevono un vassoio a testa per il pranzo e recitano piegati verso la sala con questi vassoi in mano, anche questa parte mi pare assente nel testo originale?

Queste domandine tralasciano la scelta di non arredare il salone della prefettura in cui si svolge tutta la commedia nonostante De Filippo si sia curato di descriverne i mobili e le suppellettili o di semplificare la scena del primo risveglio del prefetto che per De Filippo compare in scena in pigiama e in questa trasposizione arriva già bello e vestito e solo con la giacca in mano.

Il risultato è un primo atto e precedente prologo di una certa lentezza e pesantezza e un secondo atto finalmente all’altezza del brio di De Filippo, tutto condito da quelle strane scelte che sottolineano l’irrealtà del testo, che a mio modesto avviso e il contrario di quanto l’autore voleva rendere.

Quindi, in sostanza, il tutto non vale il biglietto e la scarsa presenza in sala lascia intendere che la voce in città fosse già circolata.