Da Gabriella Ventura riceviamo S. Claesson, Chi si ricorda di Yngve Frej.

“Niente intrattimento, niente notizie per questi esseri dimenticati che la loro parte l’hanno fatta. Sì, l’hanno fatta e tutto il loro lavoro e la loro fatica non hanno portato che a quel silenzio….”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla presentazione dell’editore:

“Rimarremo qui come ruderi del passato”: è questa la sensazione che hanno i quattro vecchi che vivono a Bråten, un gruppetto di case sperdute nella foresta svedese, ultima isola abitata nel progressivo spopolamento della regione. E per ironica protesta contro un mondo che non sa più cosa farsene di loro, in cui non hanno più un ruolo e di cui non capiscono più granché, decidono di scrivere “Ruderi” sulla freccia che indica il sentiero per la loro fattoria, ben lontani dall’immaginare le conseguenze di quello scherzo in cui si sono inconsapevolmente lanciati e che li spingerà a prendere amabilmente in giro i turisti a caccia di antichità arrivati improvvisamente a sconvolgere la loro estate. È la fine di un mondo il tema del romanzo, non un mondo guardato con la beota nostalgia di chi, come dice uno dei protagonisti, della sua durezza “non sa strettamente niente”, ma con quella consapevolezza che grava sulla nostra coscienza collettiva dell’eccessivo prezzo umano che viene pagato all’avanzare della modernità, della razionalizzazione economica, del progresso. La vendita dell’anima, in cambio della televisione. Con la scomparsa di quell’ultima generazione di piccoli artigiani e coltivatori, spariranno i valori incarnati dai vecchi: il radicamento alla terra, il perpetuarsi delle tradizioni, i riti collettivi legati al lavoro, un’obbligata solidarietà, modi e ritmi più naturali del vivere. Ma il mondo non fa che cambiare, si muove, si agita, ha fretta, ed è destino della vecchiaia, con i suoi gesti lenti, la sua fatica, i dialoghi ripetitivi, rimanerne fuori. I vecchi di Bråten lo sanno, ma la loro contestazione, libertaria e perdente, è proprio quella di non adeguarsi, di accettare di rimanere come sono, “ruderi” di un passato che noi abbiamo perduto.