Da Gabriella Ventura riceviamo R. Carvelli, La gioia del vagare senza meta.

“…Davanti al piccolo stadio in periferia del Viktoria Zizkov, lungo la direzione che dal mio albergo porta per via diretta alla stazione, ecco, l’incontro con mia madre. Lo stesso di Berger, che all’epoca non avevo ancora letto. Sto camminando e ho all’improvviso la sensazione di un dolore acuto al petto. Da lontano vedo sopraggiungere una donna che le somiglia in modo impressionante. Mano a mano che si avvicina, la fitta al cuore cresce, fino a che, arrivata la donna a un paio di metri, di colpo finisce per non assomigliarle più. E’ in quel momento che ho provato il dolore definitivo e forte della morte di lei. ….Forse la gente muore davvero solo quando noi glielo permettiamo…..”

 

Dalla presentazione dell’editore:

Che cos’è la flânerie? Perché una parola francese al posto di un’italiana? Esiste un corrispettivo italiano di questo modo di andare senza apparente scopo? E soprattutto cosa accomuna Jean-Jacques Rousseau, Robert Walser e Antonio Delfini? Con La gioia del vagare senza meta Roberto Carvelli ci accompagna in un ragionamento sull’utilità filosofica e terapeutica dell’ andare a piedi. Sembra volerci ricordare, come nella massima proustiana, che ciò che conta è quel che c’è in mezzo tra la partenza e l’arrivo. Andare è il punto, anche senza sapere dove. Anche sbagliando strada. Ciò di cui ci parla l’autore non è il viaggio a piedi avventuroso ma l’avventura del viaggio a piedi. Quello che inizia quando ti metti per via e vai senza sapere dove. E che ti riporta a casa trasformato. Più sereno e più ricco di storie.