Da Roberto Cornetta riceviamo E. Mottinelli, Il silenzio di Auschwitz. Reticenze, negazioni, indicibilità e abusi di memoria.

Roberto ci scrive:

“Tra le varie letture di queste settimane mi permetto di suggerire Il Silenzio di Auschwitz, autore Enrico Mottinelli, mio caro amico. L’ho letto in un due giorni e mi sono ritrovato da solo ad aggirarmi tra le lager strasse impolverate dalle ceneri di tanti ignoti senza nome. Solo, in compagnia del silenzio delle vittime e dei carnefici.

Gli eventi trattati non sono riconducibili alla storia,  nel senso cronologico della sua  collocazione temporale. Sono un continuum; fanno parte   del presente e purtroppo saranno il futuro. Il rimedio è forse recuperare la centralità dell’individuo, imparare che siamo un fine, non un mezzo, che non siamo merce di scambio, che non possiamo entrare in una stanza come essere viventi ed uscirne come cose,  che l’indifferenza è l’opposto dell’amore e dell’altruismo.

L’autore ha scelto come foto di copertina quadri e fotografie ritrovati ammassati tra abiti lacerati e valigie ammuffite. Sono i volti di chi non ha voce, del silenzio che incombe su eventi tragici che non si possono sbrigativamente definire collettivi se non per tirarsene fuori con l’ indifferenza e l’estraneità di chi non ha voce e non dà voce.

La serata di presentazione è stata dedicata ad uno dei due italiani che insieme ad altri 300 stranieri preparano i visitatori a attraversare il calvario della Shoah. Li chiamano educatori e non guide. Vorrà pur dire qualcosa. Il neo eletto governo polacco ha promulgato una legge che considera un crimine la definizione di Auschwitz come campo polacco e non semplicemente nazista. L’educatore italiano è stato intimidito e minacciato e su suggerimento del direttore si è autosospeso per qualche mese. Presto saranno licenziati tutti gli educatori che spiegano gli eventi in 25 lingue. Resteranno solo i polacchi a raccontare la loro storia. Verranno introdotte le audioguide e Auschwitz diventerà museo. Dovremmo ricordare a noi ed ai nostri figli per primi che la Shoah non è un atto criminale, che non la si può collocare nel calderone di massacri delle foibe insieme a quelli dell’Indocina o del Ruanda. Ma tutto questo non si insegna scuola e così la memoria verrà cancellata.”

 

Dalla presentazione dell’editore:

Ancora oggi l’evento Auschwitz si presenta come un fatto storico tutt’altro che chiarito, permane infatti una zona d’ombra che sfugge costantemente alla presa. Così, nonostante le molte parole dette e scritte, attorno a esso permane un silenzio che pare allontanare la sua comprensione. È un silenzio carico di molti significati, perché è popolato in realtà da molteplici silenzi che hanno diversa natura. Sono silenzi che riguardano la presunta indicibilità di quell’evento, ma sono anche silenzi di reticenza o di mancata elaborazione, nascondono complicità inconfessabili o la semplice necessità dell’oblio, ma a volte sono anche generati da un eccesso di retorica. Su tutti, spicca il silenzio dei sopravvissuti, che nella maggioranza dei casi non hanno raccontato nulla o quasi. Ma ancora di più il silenzio di quei testimoni che a un certo punto del loro racconto devono interrompersi perché le parole non bastano più. Lì forse affiora in modo più concreto e vivido la realtà di quella tragedia, e lì forse andrebbe concentrata di più l’attenzione. Il silenzio, però, è anche la cifra che regola il pudore della parola, perché parlando di e su Auschwitz si rischia spesso di eccedere in un senso o in un altro, in un mutismo sacralizzante o in una cerimoniosa bulimia verbale, mentre sarebbe essenziale trovare gli spazi e i tempi opportuni affinché le parole non perdano di senso e non banalizzino.