Da Lorenza Rappoldi riceviamo E. Von Arnim, Vera, Bollati Boringhieri.

“Quando il medico se ne fu andato e furono salite le due donne del villaggio ch’egli si era fermato ad aspettare perché si prendessero cura del corpo di suo padre, Lucy uscì in giardino e si appoggiò al cancello per guardare il mare.”

 

Dalla presentazione di Lorenza:

“Buongiorno Sandro, sono già in pista! Ecco la mia prima segnalazione.

Segnalo un libro, ma in realtà vorrei segnalare la scrittrice, Elizabeth von Arnim. Una donna intelligentissima, dalla vita molto interessante,
e abilissima scrittrice. Il romanzo che vorrei segnalare è, appunto, “Vera” , del 1921.

Però vorrei mettere in guardi i lettori!

A mio avviso i commenti o giudizi critici sono svianti (per esempio, quelli nel retro del libro della edizione che ho letto)…  Il romanzo è stato paragonato a “Rebecca la prima moglie” di Daphne du Murier, ma è diversissimo!

L’unico commento/recensione che ha colto nel segno è quella che ti allego; ma anche in questo caso si sono dimenticati del terzo personaggio del romanzo, Miss Entwhistle, la zia di Lucy, a mio avviso una delle più belle descrizioni femminili del ‘900. Spero di incuriosire i lettori!

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VERA

La giovanissima Lucy, rimasta orfana dopo la morte del padre, si invaghisce di Everard, un uomo molto più maturo e benestante che incontra in maniera fortuita proprio il giorno del trapasso del genitore. Per una serie di equivoci, avvallati dall’uomo, Everard viene considerato dai parenti e amici di Lucy come un vecchio amico del defunto, e si offre di provvedere a tutte le incombenze burocratiche, divenendo in breve sempre più presente nella vita della ragazza.
Everard si mostra a Lucy nella veste dell’uomo affidabile, benevolo e quasi paterno e la giovane finisce per credergli in maniera cieca. Everard ha già avuto una prima moglie, Vera, morta in circostanze che sono ignote a Lucy. L’uomo insiste per avere delle rapide nozze e porta Lucy nella dimora che ha condiviso con la defunta Vera, di fatto allontanandola dall’unica parente rimastale, l’amata zia che si era dichiarata contraria ad una unione così repentina. Ma l’errore commesso da Lucy, l’aver voluto credere, forse per comodità, che ciò che le veniva fatto vedere fosse vero, verrà presto espiato.
Everard è infatti un vero e proprio torturatore morale ed impone alla ragazza, e a tutto il personale della casa, una serie di regole assurde che, se non rispettate, ne scatenano le incontrollabili e nevrotiche ire. Con il tempo Lucy ricostruisce tutta la storia del precedente matrimonio di Everard, che ha trasformato la vita di Vera in una prigione. Il libro ha un finale aperto, che lascia intuire che la strada di Lucy potrebbe assomigliare molto a quella di Vera, questo perché la ragazza cerca ostinatamente di vedere tutto con gli occhi di chi vuole amare, piuttosto che con quelli di chi vuole vedere, facendo delle proprie emozioni e dei propri desideri i suoi stessi lacci di schiavitù.

Il libro di Elizabeth Von Arnim è una esortazione a non cedere all’illusione, a non scivolare in soluzioni apparentemente facili, ma che spesso si rivelano delle vere e proprie trappole: è una sana doccia fredda che invita a buttare via occhiali troppo rosa per vedere il mondo e ad avere il coraggio di affrontare la realtà, anche se questo può mandare in frantumi sogni a lungo cullati. Sempre meglio che sognare troppo a lungo ed accorgersi che i cocci rotti per terra sono quelli in cui si è disgregata la propria personalità.

Il volume ha probabilmente ispirato Daphne du Maurier e il suo celebre “Rebecca la prima moglie” (pubblicato nel 1938), anche se du Maurier ha declinato una perfida figura di prima moglie piuttosto che di marito.

 

 

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