Da Benedetta Manghi riceviamo M. Rabbi, Quell’angolino tranquillo a sinistra, Ponte33

“Malihe era grazioso come nome. Le brutte vecchie vestite di nero del villaggio, quando vennero per vederla, presero a deglutire e a sospirare dicendo: “A Dio piacendo! A Dio piacendo! Ah, quant’è bella; ah, quant’è bella!” Per quanto fossi poco più di un bambino, già da quei primi sguardi avvertivo l’invidia e la gelosia di quelle donne. Invidia millenaria. Quando la presero in braccio con quelle mani rinsecchite, nere e rugose, piene di braccialetti d’oro, sembrava che volessero spremerle per berne il succo e farsi gonfiare le ossa e diventare giovani di nuovo….”

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Dalla presentazione dell’editore:

Mehdi Rabbi afferma: “Io scrivo storie perché non posso farne a meno. La scrittura è per me come una passeggiata notturna infinita e gioiosa”. Caratterizzati da una lingua che tiene conto dell’estrazione popolare di molti dei personaggi narrati e punteggiata da vocaboli in dezfuli e dall’arabo locale, i racconti che un giovanissimo Rabbi ha messo insieme in questa raccolta sono effettivamente una passeggiata in una realtà di provincia apparentemente lontana dalla scintillante capitale Tehran. In essi, amore, amicizia, solitudine, desiderio di realizzarsi, rapporti genitori-figli, disincanto giovanile emergono ancora una volta come il tema principale della società iraniana di oggi. Qui, però, le contraddizioni sono meno evidenti che altrove; il cambiamento segue ritmi forse maggiormente aderenti alle norme non scritte che regolano i rapporti sociali e la convivenza familiare; l’ambiente circostante e la cultura locale sono più presenti. Racconto dopo racconto ci si immerge nella città di Ahvaz – con il suo clima, il suo fiume, i magnifici ponti, gli alberi esotici, i mercatini con le donne arabe accovacciate, i giovani universitari – facendo un tuffo in una realtà inedita per chi dell’Iran conosce solo il caos di Tehran o la serena bellezza di Isfahan e Shiraz.

 

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