Qualche sera fa siamo andati a vedere il primo film di Safdie senza la collaborazione del fratello. Il film ha vinto un Golden Globes ed è stato osannato dalla critica.
Che dire?
Nello svolgimento adrenalinico ricorda due precedenti prove dotate però di un humor qui molto meno presente. Parlo di Fuori Orario di Scorsese e Tutto in una notte di Landis. E già perché se anche non è vero che tutto quest’ultimo film si svolga di notte (come i due citati), la tensione dovuta alle continue rocambolesche disavventure più cercate che trovate qui è la stessa ed è anche vero che larga parte del film è in notturna.
Siamo al solito mito del sogno americano. Marty, commesso in un negozio di scarpe dello zio, è un talento del ping pong, sport ancora poco conosciuto e il suo sogno è diventare campione mondiale e fare i soldi.
Questa sua ossessione piano piano vira verso il puro riconoscimento della sua bravura, fino alla vittoria finale sul campione del mondo, ma in un unico set giocato durante una esibizione commerciale e vira verso questo obiettivo minore perché per raggiungere il suo primo obiettivo Marty ne combina tali e tante da bruciarsi tutti i ponti.
Infatti per procurarsi i soldi necessari Marty ruba quattrini allo zio, fa finta di non saper giocare a ping pong con dei gonzi con cui poi scommette e ovviamente vince (come Paul Newman in Lo spaccone), si approfitta delle debolezze caratteriali di una ex diva del cinema, corrompe poliziotti, cerca di truffare un malavitoso, ruba una collana credendo fosse preziosa, insomma ne fa più di Bertoldo in Francia. Peccato che le sue non siano divertenti.
Da questa storia esce una New York dei bassifondi impietosa e orribile, nella quale il nostro eroe si muove come un principe che cerchi di non sporcarsi le scarpe, ma che alla fine finisce completamente inzaccherato.
Ma lui alla fine ce la fa: batte il campione del mondo (seppur in una esibizione) e torna a New York di corsa per abbracciare idealmente quel figlio che ha sempre negato essere suo. Più lieto fine di così che si vuole?
Francamente questi americani con il loro mito dei giovani che devono inseguire i propri sogni hanno rotto. Se poi ci aggiungi le lacrime finali la torta è da diabete immediato.
Pensassero questi nostri cugini di là dall’oceano a costruire una società in cui i poliziotti non siano tutti corrotti e le armi non vengano usate per difendere le proprie proprietà e il sogno di diventare ricchi non costituisca il nerbo distintivo della gioventù di ieri e di oggi.
Bello? Al di là di un sonoro pessimo le due ore e mezza passano abbastanza docilmente, posto di essere dotati di sufficiente distacco da non subire l’ansia crescente per i continui casini che il protagonista combina con relativa successiva violenza. Attori bravi tutti, anche la Paltrow a cui è toccato il ruolo più complicato (e infatti ne esce a fatica)
Vale il biglietto? Solo se volete poter dire la vostra su uno dei film più sponsorizzati del momento. Se no, lascia stare.
PS: la scelta di ambientare la storia nel 1952 accompagnandola con musica degli anni 80 e 90 è un’altra bizzarria.
