Da Claudio Cherin riceviamo questa bella recensione del romanzo di Giorgio Fontana, da cui è stata tratta anche una fortunata serie televisiva. Ecco la recensione.
Prima di noi di Giorgio Fontana ripercorre la storia di quattro generazioni (dal 1917 al 2012) della famiglia Sartori che si spostano dal Friuli rurale alla Milano contemporanea.
Per fare ciò Fontana non si affida ‘all’oralità corale’ del Pennacchi di Canale Mussolini, né ‘alla sospensione favolistica’, vicinissima al realismo magico, del Riccarelli de Il dolore perfetto, dove il dato storico è filtrato e deformato dalla demenza senile della protagonista, Annina.
Lo scrittore milanese antepone alla Storia il ‘labirinto del cuore,’ una narrazione, cioè, che si rivolge all’umano.
Intorno e sull’umano. L’intenzione di Fontana è quella di creare o evocare e mettere a nudo le ansie e terrori degli uomini. Gli odi, i rancori, l’indifferenza o la pura incapacità di comprendere quello che si sta vivendo, perché distratti da altro (la nascita di un figlio, la perdita del proprio potere, il proprio desiderio di amare o farsi amare, la mediocrità). È tutto quello non raccontato a emergere nella narrazione, mentre la Storia esiste e scorre fuori della fattoria della famiglia Sartori. Fontana non vuole coprire o difendere i propri personaggi, non vuole neanche giustificarli, solo renderli per quello che sono: fragili, nudi, desiderosi di fare ciò che vorrebbero ma che la società gli impedisce.
Gli Eventi storici si fanno traccia, giungono a lambire gli uomini, attraverso i discorsi degli altri, attraverso il giornale o le conversazioni o scritte sui muri. Gli avvenimenti più importanti (la fine della Guerra, la Marcia su Roma, la paura del Comunismo, il Fascismo, la Seconda Guerra Mondiale, fino alla ricostruzione e al Terrorismo degli anni Settanta) non vengono mai descritti direttamente, i personaggi si confrontano con le conseguenze della Storia: soffrono, ci convivono, semplicemente aspettano. Come accade a Domenico, ad esempio, il secondogenito dei Sartori, che finisce e muore in Tunisia durante la Seconda Guerra Mondiale, o Gabriele, il primogenito, che si ritrova arruolato nelle SS.
La scrittura di Fontana è chiara e essenziale, i dialoghi sono serrati ed equilibrati, con alcune brevissime frasi, che costellano il libro, in cui si comprende come lo scrittore sappia sapientemente coniugare un ricco tessuto lirico per rappresentare anche le sensazioni finissime dei personaggi (il «le stelle ribollivano limpide» o «la luce aveva una consistenza rugginosa»).
Gabriele Sartori è il centro di questa narrazione in terza persona. In lui convive il ricordo del tempo passato e del futuro che pagina dopo pagina si scrive. È come se il suo corpo tenesse in vita la storia non solo della famiglia Sartori, ma anche quella del libro. È come se la sua nascita e la sua morte fossero i punti in cui convergono le storie degli altri: della madre Nadia, del padre, del fratello Domenico, del nonno, della nipote Letizia. Una volta che lui scompare, anche gli altri personaggi sono destinati a dissolversi.
Attraverso Gabriele Sartori passa anche quello che deve essere ricordato e il modo in cui lo si deve tramandare in famiglia. Non a caso, alla fine del libro, una lettera indirizzata proprio a lui, Gabriele Sartori, ma letta da Letizia, l’ultima sopravvissuta della famiglia, stravolge tutto quello, che nelle ottocento pagine precedenti, veniva descritto e appreso dal lettore come qualcosa di definitivo.
La lettera, scritta da una vecchissima Nadia, all’altrettanto maturo Gabriele, suo primogenito, ha l’intento di rivelare come la storia della famiglia sia nata in realtà non dall’amore di un soldato dai vestiti sudici di guerra, come si era sostenuto più volte, ma «su una vigliaccata». Michele Sartoni, il capostipite della famiglia, infatti, se ne sarebbe andato, se non fosse stato il padre della giovanissima Nadia ad andarlo a riprendere e a fargli sposare la ragazza.
Grazie alle parole di Nadia, Letizia vede la fragilità di quelle persone che le sono state presentate come perfette. Come esempi di virtù dalle quale ha fatto di tutto per fuggire. Nel loro essere fallaci e fin troppo umani, Letizia li apprezza, per quello che non sono stati. Chi rimane, ai piedi di una famiglia come quella dei Sartori, sa che non ha molto da aggiungere. Ci si accontenta di sciogliere i nodi che non permettevano di sentirsene parte. Ci si contenta di ricordare quello che è accaduto alle generazioni precedenti.
Letizia, una volta appresa la vera storia di famiglia, non può far altro che andare nel cimitero, dove è sepolto il patriarca e cercare un modo per riscattare e comprendere che la loro forza non è nata tanto dal ruolo sociale, né dall’ascesa sociale a cui sono giunti, una volta partiti dalla fattoria in Friuli, ma dalla loro fragilità.
Solo, quando Letizia ha compreso questo, può concedere agli scomparsi «il momento della pietà delle creature» e sentirsi parte di quella catena, accettandone i difetti e le debolezze. In questo modo, menzionando in una preghiera laica tutti gli scomparsi (il momento più originale e drammatico del libro), Letizia accetta il proprio passato, e forse lo tramanderà.
