Claudio Cherin ci manda questa bella recensione del romanzo di Calaciura finalista nel 2002 al Premio Campiello. Eccola.


Io sono Gesù di Giosuè Calaciura – finalista nel 2002, al Premio Campiello, per Borgo Vecchio (del 2017) a cui è stato conferito il Prix Mèditerranèe – è una reinvenzione di quanto i Vangeli non raccontano, un racconto in prima persona di Gesù, il dissidio di una crescita, dove il protagonista si pone domande sulle circostanze del suo destino, un romanzo pieno di fatti avventurosi.

Il romanzo prende l’avvio dalle parole di Maria, relegata in un angolo, che racconta al figlio la sua misteriosa e speciale nascita. Perché ogni madre crede, che il proprio figlio migliorerà il mondo.

’Autore, poi, mostra un ragazzo generoso, che lavora come falegname, un ragazzo che cova nostalgia per la madre abbandonata, un ragazzo con il cuore rotto per aver scelto di correre verso il mondo patriarcale di Giuseppe di Nazaret. Ma un ragazzo tradito e infine derubato, picchiato, abbandonato, che deve fare i conti con le dicerie della gente, riguardo alla sua nascita, con la violenza che il suo tempo sa dimostrare e con i soprusi dei romani.

Sotto quest’ottica rigorosamente umana, segnata da questa serie di ferite, il Gesù di Calaciura è bambino di appena undici anni, quando scappa di casa alla ricerca di suo padre, anche se spesso confessa: «tante volte avevo scacciato quel dubbio: era davvero mio padre?». A spingerlo, però, è la convinzione che «so che mia madre è colpevole», anche se riconosce che quanto «dolore mi è costato voltarti le spalle, partire, ma dovevo partire». E di notte, lontano dalla sua casa non può far altro che «piangere per […] il padre e […] per la madre». Ben presto, quello che quel ragazzo che afferma «non ero più Gesù. Potevo essere chiunque».

È la scomparsa improvvisa del padre Giuseppe, di quel Giuseppe di Nazaret messo in disparte dal mondo cattolico, a muovere la macchina narrativa del romanzo. Non una visione, non una voce sentita come accade al profeta Samuele (1 Samuele, 1-8). Alla voce misteriosa invitagli da Yahweh, si contrappone qui la «silenziosa dolcezza con la quale Giuseppe di Nazaret sapeva interpretare la mia confusione di adolescente».

Mai il Gesù di questo romanzo non si interroga su Yahweh. E la voce di Dio non c’è. Sì, il protagonista giocava, «a fare il profeta, al piccolo Messia: un dio irresponsabile con le ginocchia sbucciate dalle cadute e dai rovi» che gioca alla Creazione. Ma «mai da bambino non aveva immaginato di creare uomini diversi. Migliori».

Ben presto l’adolescente entra a far parte di un circense, e questo lo cambia. Gesù si ritrova a diventare umano, troppo umano (per dirla con Nietzsche). E non solo perché, da umile falegname, entra a far parte di quel mondo variegato del circo, ma perché conosce Delia.

Delia è la ragazza da un passato oscuro, forse di segregazione e di violenza, non molto dissimile e lontana dalla poetica fanciulla protagonista de La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata di Gabriel Garcia Marquez. Il collo deturpato da una ferita rimarginata, ma ancora vivida, e il suo lavoro – intrattenitrice con danze orientali – la rendono come Eréndira, ben presto nient’altro che una «donna, adulta, [che vive] sola per la strada», capace di abbandonare senza malinconia chi incontra.

È proprio grazie a questa fanciulla che Gesù scopre la carnalità. «Il bacio di Delia aveva il sapore del mio sangue. La nostra prima carnalità», commenta. «L’assaggio del suo viso svelato aveva ancora di più acceso un’altra fama e una silenziosa curiosità presto svelata», pensa poche righe dopo. L’amore da parte di un ricco, violento e ossessionato uomo di mezza età ha portato la ragazza a diventare preda del mondo patriarcale e per trovare requie non ha potuto far altro che entrare nel circo, qualche tempo prima di incontrare Gesù. Delia, scacciata dal suo padre, non ha un luogo che possa accoglierla.

Gesù la ama. La desidera come nel modo più puro che può essere concesso alla giovinezza. Ma per necessità Delia si fa possedere da Barabba, cosa che porta il protagonista a smarrirsi e a incarnare i peccati, le delusioni, le omissioni, le incredulità e gli sconforti dell’uomo di ogni giorno.

All’improvviso il punto di svolta: Giovanni, il profeta che grida nel deserto, ha bisogno di lui. Fino a quel momento si è avuta l’impressione che Gesù non sia altro che un’ombra, qualcuno che non ha identità. Che, la sua, sia una storia che sembra coincidere quella di colui che porterà gli uomini alla salvezza. È Giovanni, il cugino del protagonista e il profeta che porta il ragazzo \ uomo a compiere l’atto che porterà alla salvezza degli uomini. È Giovanni a risvegliare Gesù e a fargli compiere il suo destino.

Calaciura si ferma a narrare proprio in questo punto il suo racconto. Interrompe il racconto dove cominciano gli anni cruciali della vita di Gesù, dove il mistero della sua venuta viene rivelato nella sua forma sacra e divina. Lascia in sospeso il senso e l’acquisizione del “Mistero”, attraverso la figura della Madre, che muta guarda il figlio, consapevole del suo destino che è stato preannunciato dall’Angelo. Maria è una donna relegata al ruolo ieratico di spettatrice attonita e interrogante, dolente, quando le scelte del ragazzo vertono verso una prospettiva diversa da che le era stata predetta nell’Annunciazione.

A differenza, per esempio, del Cristo di Anthony Burgess, che sembra gravarsi di un peso che non avrebbe voluto in alcun modo assumersi, il Gesù di Calaciura sembra accettare. Forse più per conoscere quello che il mondo gli sta per porgere. Perché è del tutto inconsapevole di quanto avverrà, nonostante le incursioni dei romani, che hanno incendiato Nazaret, siano un’avvisaglia dell’odio verso gli Ebrei. Dopotutto è ancora un giovane che si fa volentieri conoscitore di quella nuova prospettiva che il mondo gli pone di fronte.

Calaciura gioca e scompagina le aspettative nei confronti della sorte del Gesù ufficiale. Ecco infatti, prima del previsto, comparire Barabba, seguito da Erode, poi da Lazzaro.

L’obiettivo non è solo quello di stupire. Ma di riscrivere la storia di Gesù, di trasformarla in un romanzo di formazione, o forse sarebbe meglio dire ‘di sostituzione’, donandogli un substrato esperienziale che possa giustificarne la forza e l’ostinazione. Operazione, questa, che riesce pur non pretendendo di spiegare le ragioni di Gesù, né di reinventare Dio (il cui ruolo, per altro, non è mai neanche accennato neanche da personaggi che lo circondano Gesù).

La prosa diretta, densa e visionaria di Calaciura rende credibile l’intero racconto. Con una scrittura arsa lo scrittore descrive i paesaggi mediterranei, che sanno “essere metafora del travaglio” e della crescita del protagonista. È sempre tramite questa scrittura che sa ripercorrere il tono di un vangelo apocrifo, dell’autobiografica, della fiaba (il carrozzone del circo del violento Barabba sembra provenire proprio da un mondo fatato). Cosa questa che accosta perfettamente Calaciura allo scrittore siciliano, oggi poco letto, Giuseppe Bonaviri. Proprio per mezzo di questi strumenti, Calaciura ha confezionato un romanzo autorevole ed emozionante, nonché carico di sorprese.

Dalla presentazione dell’editore:

Un irrequieto adolescente fugge dalla madre, dagli obblighi quotidiani, dal villaggio povero e opprimente, e si mette alla ricerca del padre. In realtà insegue il suo passato, la comprensione del mistero della sua nascita, degli enigmi della sua infanzia, perché la madre è silente, forse non ricorda, o forse non vuole parlare. Solo il padre potrebbe fare il miracolo di restituirgli la memoria. Ma il padre non c’è più, ha abbandonato la famiglia.
Il nome di quel ragazzo è Gesù, Maria e Giuseppe i genitori, Nazaret e la Galilea lo spazio delle sue avventure, del suo bisogno di amore, del dolore e della timidezza che sempre lo accompagnano. E il Gesù di Calaciura è un giovanissimo viandante in un cammino pieno di sorprese, passioni e tradimenti, dolcezza e violenza. Attorno a lui uomini e donne che sono figli di una terra con leggi spietate, il feroce dominio romano con la sua inarrivabile macchina bellica e governati va, l’autorità religiosa e morale dei sacerdoti, l’arroganza e lo sfarzo dei ricchi, la brutalità di chi si pone al di fuori della società e depreda i più deboli, la disperazione di chi non trova nemmeno un’oliva per nutrirsi o una pozza per dissetarsi. È un tempo inquieto, stravolto da cambiamenti profondi, il nuovo e il vecchio, l’antico e il moderno collidono e si sgretolano, nessuno più di un ragazzo tormentato dal desiderio e dall’ansia del futuro è capace di avvertire il battito sotterraneo di una rivoluzione in arrivo. Di cui, senza davvero volerlo, sarà protagonista. Strutturato quasi come un feuilleton, punteggiato di colpi di scena, innervato da una tensione costante, il romanzo di Calaciura racchiude in sé l’impeto dell’avventura e dell’epica, l’intrigo familiare, la paranoia del sospetto, la tensione del mistero irrisolvibile. Vi si ritrovano molti dei suoi temi: l’infanzia e la difficoltà di crescere, l’innocenza delle creature più fragili, la miseria morale degli adulti, l’irruenza dell’eros. Ma qui si radicalizzano, fino al punto di contaminare e reinventare una delle storie più grandi mai raccontate.