Anche Luca, libraio del Tempo Ritrovato Libri di Corso Garibaldi 17 a Milano, ogni mese ci manda la classifica dei dieci libri più venduti nel mese precedente. Eccola. Al solito sotto la classifica troverete una breve sinossi dei vari testi.
1° – Isotta di Irina Odoevceva – @adelphi
2° – Una storia vecchia come la pioggia di Saneh Sangsuk – @utopia
3° – Il libro della scomparsa di Ibtisam Azem – @hoepfullmonster
4° – Il sogno del giaguaro di Miguel Bonnefoy- @66th&2nd
5° – Bestiario artico di Frank Westerman – Iperborea
6° – Lusitania di Dejan Atanakovic – @Bottega Errante
7° – I vedovi di Boileau/Narcejac – @adelphi
8° – Brian di Jeremy Cooper – @Atlantide
9° – Non piangere di Lydie Salvayre – @Prehistorica
10° – Il primo quarto di luna di Giovanni Arpino – @minimumfax
1° – Isotta di Irina Odoevceva – @adelphi: Quando apparve a Parigi nel 1929, Isotta suscitò critiche e indignazione negli ambienti dell’emigrazione russa: troppo moderna, troppo «europea» la scrittura, tersa e senza fronzoli; troppo esplicite le allusioni alla sessualità degli adolescenti – da una prospettiva femminile, per di più; troppo fosca l’atmosfera che si respirava, e che gettava pesanti ombre su tutta la gioventù émigrée. Irina Odoevceva narra la storia di una quattordicenne, Liza, e della sua piccola cerchia: Nikolaj, il mefistofelico fratello che ne tiene le redini; Andrej, legato alla ragazza da un amore inquieto e autodistruttivo; e l’inglese Cromwell, rampollo di buona famiglia a sua volta perdutamente innamorato di Liza. Assediata da una profonda disgregazione sociale e familiare, la jeunesse dorée ritratta da Odoevceva oscilla tra una noia asfissiante e l’illusorio richiamo di una vita «folle, divertente e spudorata», fatta di alcol e notti senza fine nell’incanto avvelenato di Biarritz. Finché «il presagio di qualcosa di inevitabile e tremendo» che grava su queste burrascose esistenze non si materializza, quasi fosse già inscritto nel nome fittizio della protagonista. Rivisitazione modernista del mito arturiano, Isotta ci rivela una figura dimenticata della diaspora russa e quasi estranea alla sua letteratura, capace di raccontare con ineguagliabile acutezza, in queste pagine a un tempo morbose e delicate, il trauma lacerante dell’esilio, di ogni esilio.
2° – Una storia vecchia come la pioggia di Saneh Sangsuk – @utopia: Phraek Nam Daeng è un villaggio ai margini del tempo, dove l’infanzia trascorre tra le notti d’inverno pungenti e i racconti sussurrati attorno al fuoco, nel bel mezzo della giungla. In questo angolo remoto della Thailandia, il reverendo padre Tien, un anziano monaco, narra ai bambini, gli unici ancora capaci di ascoltare e di credere nella magia, storie di pellegrinaggi, elefanti selvatici e antichi incantesimi. Tutt’intorno, la terra è inondata dalle acque, la giungla piano piano scompare e le speranze si assottigliano: chi parte spesso non torna, chi resta si rifugia tra le macerie di un passato glorioso. Ed ecco che, tra le piante che c’erano e non ci sono più, torna a ruggire una tigre che forse è animata da uno spirito maligno e indomito, che ha seminato morte e deviato la vita. In questo romanzo che intreccia nostalgia e realismo, indagando la vulnerabilità dell’esistenza e la forza della memoria, anche l’ultima, fragile farfalla bianca può diventare testimone della storia, simboleggiando un mondo che continua a vivere nello spirito, perfino quando svanisce dalla realtà.
3° – Il libro della scomparsa di Ibtisam Azem – @hoepfullmonster: Il mistero avvolge un fatto senza precedenti: verso la mezzanotte di una notte qualsiasi, tutti i palestinesi improvvisamente scompaiono, volatilizzati. Non si sa che fine abbiano fatto autisti, braccianti, medici e infermieri, giovani e vecchi. Cosa potrebbe accadere agli israeliani se i palestinesi non fossero più, allo stesso tempo, il nemico, il capro espiatorio, l’alibi? Cosa succede quando, nella propria vita, scompare il nemico? La scrittrice palestinese Ibtisam Azem firma uno dei romanzi più innovativi del panorama letterario arabo.
4° – Il sogno del giaguaro di Miguel Bonnefoy- @66th&2nd: Quando una mendicante muta di Maracaibo trova un neonato sui gradini di una chiesa, non può immaginare che il piccolo è destinato a imprese straordinarie. Dapprima venditore di sigarette, poi facchino, poi domestico in un bordello, Antonio si fa strada piano piano sino a diventare uno dei chirurghi più illustri del paese. A ispirarlo, una degna compagna: Ana María, prima donna medico della regione. I due hanno una bambina che chiamano Venezuela. Ma questa ragazza, nata nel tumulto di una rivolta e che porta il nome della sua terra, ha occhi solo per Parigi, dove si trasferisce e inizia una nuova vita. Sarà suo figlio a riannodare i fili della storia familiare, cercando sé stesso nella città che la madre si è lasciata alle spalle. Per scrivere il romanzo della sua gente, Cristóbal dovrà fare suoi i meravigliosi racconti che popolano l’immaginario degli abitanti di Maracaibo: dal pinguino trovato ai Caraibi all’intervento di san Benito per fermare un diluvio di petrolio, dall’arrivo della statua di Simón Bolívar all’ascesa al potere di un giovane dal basco rosso di nome Hugo Chávez, fino ad arrivare al quaderno in cui il giovane Antonio aveva trascritto per Ana María mille storie d’amore. In un Venezuela sospeso tra storia e mito, il pluripremiato Miguel Bonnefoy ambienta le vicende di una famiglia indimenticabile, ritraendo nel suo stile unico personaggi il cui destino si intreccia con quello di un paese intero.
5° – Bestiario artico di Frank Westerman – Iperborea: È il 1596 quando l’esploratore olandese Willem Barents affronta per l’ultima volta le regioni artiche. Vuole arrivare fino in Cina, una via oggi facilmente percorribile in estate, ma la sua nave rimane intrappolata nei ghiacci. Non ci saranno superstiti: quella terra appartiene agli orsi polari. Forse, siamo noi umani la «specie erratica» per eccellenza, di quelle avvistate sporadicamente in luoghi che di solito non abitano, e non gli uccelli che perdono la rotta: basta cambiare il punto di vista. Come fa Frank Westerman, componendo un bestiario di sette specie artiche che in Barents si imbatterono: narvalo, lemming, anguilla, oca colombaccio, orso polare, renna e granchio reale. Scoprendo che la natura e la storia spesso sono più improbabili delle favole. Così la zanna di un narvalo, l’unicorno del mare, ha sventato un attentato a Londra nel 2019. E se è un’invenzione umana il suicidio di massa dei lemming negli anni in cui ne nascono troppi, non lo è il viaggio dell’anguilla dai tropici a Capo Nord. Certe specie non le puoi bloccare, non le puoi recintare: come il granchio reale, importato dalla Siberia nel Mare del Nord, oggi specie invasiva dannosa ma fortunatamente commestibile. E mentre i ghiacci si sciolgono, gli orsi polari hanno imparato a restare sulla terraferma, a cacciare renne anziché foche. Sapremo adattarci anche noi alle sfide di un clima sempre più imprevedibile, in un mondo sempre più diviso? Con ironia, la curiosità più cocciuta e l’abilità del reporter consumato, Westerman si muove tra il Mare dei Wadden, Sachalin, Capo Nord e fino alle Svalbard per raccontare le incredibili storie di sette animali che hanno tanto da insegnarci.
6° – Lusitania di Dejan Atanakovic – @Bottega Errante: Nel maggio del 1915, in circostanze misteriose, il transatlantico passeggeri Lusitania viene affondato. Pochi mesi dopo le truppe austro-tedesche occupano la città di Belgrado, ad eccezione dell’ospedale psichiatrico. Qui pazienti e personale, guidati dal dottor Stojimirovic, fondano uno Stato sui generis: la Repubblica di Lusitania, una comunità utopica i cui membri si proclamano al riparo dalla stupidità umana. Da questo luogo si sviluppano storie di sparizioni e di ritrovamenti, in un turbinio di eventi storicamente accurati e di scienziati, architetti e politici che si muovono tra corridoi d’ospedale, tunnel sotterranei, boschi e città come Belgrado, New York, Vienna, fino alle gallerie del Museo di Storia Naturale di Firenze.
7° – I vedovi di Boileau/Narcejac – @adelphi: Quando si varca la soglia di una delle storie costruite, con abilità diabolica, da Boileau e Narcejac, si prova sempre una lieve inquietudine – che però, com’è ovvio, fa parte del piacere della lettura. Sappiamo, infatti, che verremo trascinati in un gioco perverso e saremo le consapevoli e appagate vittime di quei due temibili creatori di angosciosa suspense, capaci come pochi altri di tenerci inchiodati alla pagina così come di infliggere un tormento dopo l’altro ai loro protagonisti. Che sono sempre, a ben vedere, uomini – in genere irresoluti, inconsistenti, spesso infantili – che si ritrovano prigionieri di un ingranaggio infernale, al quale, per quanto si dibattano, non riescono a sfuggire. E che, soprattutto, a poco a poco smarriscono la capacità di percepire la differenza tra la realtà e le proprie farneticazioni. E quale sentimento umano si presta meglio a mettere in moto un delirio se non la gelosia? Sarà appunto la gelosia, una gelosia furibonda, autoalimentata, incontrollabile, a condurre all’omicidio il protagonista dei Vedovi – titolo che solo alla fine del romanzo svelerà il suo ambiguo significato. Ma attenzione: l’omicidio non è che l’inizio – il bello deve ancora venire.
8° – Brian di Jeremy Cooper – @Atlantide: “Chissà perché. Perché aveva aspettato di avere quasi quarant’anni prima di fare qualcosa di così evidentemente giusto per lui?”. Brian conduce una vita solitaria: lavora come contabile in un ufficio statale, nella pausa pranzo mangia un panino in un bar italiano, non ha veri amici e passa ogni sera da solo davanti alla televisione nel proprio appartamento nel nord di Londra con una tazza di tè e un pacchetto dei suoi biscotti preferiti. Del resto, ha trascorso tutta la propria esistenza a evitare di farsi coinvolgere troppo nelle cose e ad allontanare da sé possibili motivi di fastidio alla sua routine giornaliera. Da quando però, quasi per caso, comincia a frequentare il British Film Institute, tutto inizia a cambiare: il cinema entra nelle sue giornate e le arricchisce, coinvolgendolo sempre di più, facendolo sentire finalmente se stesso. Settimana dopo settimana, mese dopo mese, durante le serate al BFI Brian scopre che ci sono altri come lui, cinefili bizzarri o introversi che considerano il cinema la propria ragione di essere. E con uno di loro in particolare, Jack, pian piano comincia a crescere una vera affinità, tenera e imbarazzata, che lo porterà a capire, per la prima volta nella sua vita, cosa vuol dire avere un amico…
9° – Non piangere di Lydie Salvayre – @Prehistorica: Spagna 1936. La guerra civile sta per scoppiare. Montse ha quindici anni e, insieme al fratello José, decide di partire per la grande città, dove assiste agli albori della rivoluzione libertaria. Settantacinque anni dopo, davanti a un bicchiere di anisetta, racconta alla figlia gli eventi di quel periodo. Soffre di disturbi della memoria, ma conserva intatto il ricordo splendido di quell’estate del ’36, in cui visse l’unica avventura della sua vita. Alle parole intime e delicate di Montse si intrecciano quelle granitiche di Bernanos che, nei Grandi cimiteri sotto la luna, ebbe il coraggio di scagliarsi contro le atrocità dell’esercito nazionalista, denunciando anche l’infame connivenza tra Chiesa e militari durante la guerra spagnola.
10° – Il primo quarto di luna di Giovanni Arpino – @minimumfax: Una mattina d’inverno guardandosi allo specchio Saverio scorge sul proprio volto «un’ombra di losca malinconia» che lo convince a non alzarsi mai più dal letto. Il suo taxi quasi nuovo, che con tanti sacrifici è riuscito ad acquistare, rimane parcheggiato sotto casa. Madama Cernaia non si capacita del malanno che ha colpito il figlio, e chiede risposte ai suoi tarocchi; l’anziano zio Nino, che abita con loro, cerca di ricondurlo alla ragione e intanto beve; il pappagallo Gioachino, indifferente al dramma che si sta consumando, continua a inveire contro il tango. Ma tutte le loro parole non hanno più presa sul ragazzo, che ineluttabilmente comincia a sparire. Inizia così la sua parabola onirica: Saverio perde consistenza, assorbito in una dimensione interstiziale e sempre più astratta, e l’unica persona che non sembra turbata dalla sua progressiva evaporazione è Diana, la leggiadra venditrice di saponi che bussa un giorno alla sua porta e senza ragione decide di restare. In una Torino oscura e fantasmatica, popolata di ladri e di spettri che si passano accanto come navi nella notte, la fuga dal mondo di Saverio apre il varco per un altrove che lui brama senza saperlo descrivere, un luogo dove la morte potrebbe non esistere e c’è «un profumo d’erba bagnata, solo d’erba bagnata. E voglia di ridere sempre». Proprio come nei due precedenti romanzi della sua «trilogia fantastica» – Domingo il favoloso e Randagio è l’eroe – Arpino forgia la chiave di accesso a una realtà che è insieme modernissima e antica, tangibile e onirica, dove brilla quella scintilla di verità che è possibile trovare solo nella vertigine.










