Questa volta Claudio Cherin non recensisce un libro, un film o una serie TV, ma ci manda un suo breve racconto. Leggiamolo.


La tramontana l’aveva avvolta: tremava. La macchina era in panne. Il respiro si era bloccato un istante, per la paura, poi, Elvira si era sentita soffocare, così era scesa, lasciando suo fratello Zeno ormai addormentato in macchina. Accanto alla Smart, avrebbe aspettato il carroattrezzi.

In lontananza si sentivano treni sospirare. Poi tutto affondava in un buio silenzio. Lo Swatch segnava le cinque di mattina di domenica 2 novembre.

Intorno, un mondo remissivo aspettava che si levasse il sole. Nel piazzale, pozzanghere come specchi. Possibile che la pervadesse l’idea di metterci i piedi? Forse le gioie piccole facevano capolino per tutto il resto della vita, aveva pensato. Si poteva sopravvivere alla propria infanzia?

Questo non aveva diminuito il fiele e la rabbia che abitavano la sua bocca dalla sera prima.

Uno dopo l’altro le si erano fatti avanti: il cartello butterato del 118 e i tralicci della luce, le sagome nere dei pini. Imperterriti proliferavano la setaria, il geranio e il grano selvatici. Da lì si levava un afrore che sapeva di vegetazione, radici, terra e liquirizia.

A che ora suonano le campane? aveva detto Zeno, quando era sceso anche lui.

Zeno aveva fatto evaporare quell’umanità esausta e afflitta – fatta di puttane, muratori e pendolari – che frequentava il piazzale. E che, in silenzio, si sarebbe mostrata a Elvira.

La donna senza nome che aveva lasciato un’espadrilia a qualcuno, quella che aveva lasciato un giubbino viola quasi nuovo, o quella che aveva lasciato un ombrello, non avrebbe raccontato nulla. La incuriosiva il trentenne che aveva lasciato la giacca di velluto e che aveva una macchia viola sul collo, dove la barba non cresceva. Come i quattro che avevano acceso il fuoco, mentre aspettavano per andare a rubare il rame a due km da lì. O i ragazzini rom a cui era stata bucata la palla perché avevano racimolato poco. Elvira stava per sentire le loro voci, vedere le cicatrici sul mento o i sguardi lividi.

Ma Zeno, come faceva dall’infanzia, avevo distrutto l’incantesimo, con una domanda inutile. Che c’entrava ora sapere a che ora chiesa – il bianco prisma schiacciato che si profilava alle loro spalle – avrebbe suonato le campane?

Così nessuno di quei frequentatori – abituali e non – avrebbe raccontato la propria storia. Così i loro gesti, le risate sguaiate, le delusioni e i litigi erano diventati inutili ammassi di rifiuti, tracce di fuochi, bottiglie e cartacce. Amarezza e vuoto.

Zeno strusciava le suole contro l’asfalto umido. Sbadigliava, si grattava la barba folta e bluastra. Osservava le nubi grigioazzurre che, fibrose e dalle forme irregolari, si stagliavano sul rosa pesca del cielo.

Da tempo il lampione aveva desistito; a resistere erano le luci impacciate del magazzino.

Zeno vedeva i commessi dalle divise verdi che andavano e venivano, sistemavano prodotti, mentre uno lavava il pavimento. I primi clienti sarebbero arrivati alle sette. Da lì si diffondeva un groviglio di musica leggera, legno, segatura e grasso.

Un brivido si muoveva rapido sulla schiena di entrambi. Di freddo? Di paura? No, non avrebbero chiamato loro padre. Dopo il furioso litigio della sera prima, dove erano volate parole grosse, lei se n’era andata con Zeno, per non tornare. Dovevano farcela da soli. Aveva fatto bene a prendere le sue difese o se ne ne sarebbe pentita? Si era stropicciata gli occhi, una Mini percorreva la strada vicino al piazzale, ma non aveva rallentato.