Gianfranco Calligarich nel suo Posta prioritaria ripropone un genere che è stato molto usato in passato e che ora sembra non essere molto seguito: la lettera.

Nei trenta racconti in cui si articola la raccolta, già pubblicata negli anni ottanta, e ora ampliata con alcuni inediti, l’autore si diverte ad utilizzare ogni riga, di cui è composta ogni testo, per raccontare non solo le possibili e complicate strade della vita, ma anche la sua forma, le sue stranezze, la sua ricchezza.

La lettera, allora, diventa un luogo da dove poter completare se stessi, guardarsi dentro, trovare la soluzione al dramma interiore che, ad un certo punto, soffoca ogni personaggio. Si commetterebbe un errore pensando che queste raccontino solo storie avvenute e su cui si riflette a posteriori, Calligarich usa la lettera in un modo più dinamico: ogni racconto è composto da più lettere scritte dai personaggi che raccontano la storia, nella quale si trovano invischiati (come avviene un po’ in tutti i racconti, e maggiormente nei Messaggi nella teiera).

Il lettore, all’inizio, attraversando la prospettiva puramente soggettiva e narcisistica di ogni protagonista, ha la percezione di perdersi, ma poi raggiunge il vero scopo della lettera, il momento in cui uno dei protagonisti rivela un particolare, qualche che non va, il buio che li ossessiona. Usando questa pluralità di voci, questi intrighi di fisionomie e di personaggi lo scrittore mostra come la verità si sbricioli in tanti riflessi. Tenere tra l’indice e il pollice per pochi secondi la storia di un frammento, guardarlo come si farebbe con un pezzo di vetro rigettato levigato dal mare, questo il ‘dovere ontologico’ (se si può usare questa espressione nella narrativa) di ogni voce narrante, questo lo scopo dello scrittore. Rendendo molto spesso chi guarda incapace di comprendere la propria e l’altrui verità.

Se c’è un bisogno, questo è quello di poter a tutti i costi raccontare. Di rendere la materia della vita tale da poterla raccontare. Come fosse materia che si possa piegare non solo al linguaggio, ma anche alla volontà degli uomini che raccontano una storia, sia essa la propria o quella degli altri.

I personaggi creati dalla penna di Calligarich sono portati alla riflessione scritta. Sono capaci, forse, di comprendere il mondo, le sensazioni, le circostanze in cui si trovano, solo attraverso la complessità e la calma con cui avviene il processo di scrittura. Che poi queste siano frammenti o momenti dove si racconta ciò che accade o che sta per accadere, non ha importanza, questo processo ha il compito di raccogliere un solo frammento della storia o dell’io di uno dei protagonisti e analizzarlo.

Davanti alla nuda pagina, infatti, i personaggi di Posta prioritaria rivelano se stessi – come avviene per gli amanti de Una memoria spietata, che, come i protagonisti de L’età dell’innocenza di Edith Wharton, preferiscono il ricordo del loro amore alla possibilità di un nuovo incontro, pur trovandosi, dopo anni, a pochi metri di distanza –, rivelano i propri limiti – «la mia condizione di naufrago della mia vita» dice Tommaso ne Il custode – mostrano le proprie debolezze – come succede in Raggio di sole dove un uomo ritenuto brutto e considerato tale da tutti quelli che gli sono intorno quando trova una donna che vede in lui qualcosa di bello non solo fugge, ma finisce per cedere all’amore che gli viene donato –, altre rimangono basiti dal proprio agire o di quello degli altri – come avviene ne I terranova sono cani stupendi, in cui un figlio racconta alla propria madre non solo l’invidia che suo padre cova contro un suo vicino di casa, sceneggiatore anch’esso, ma come si sia adoperato nottetempo a farlo impazzire, rimettendo in gabbia il criceto che il vicino di casa credeva morto –, alle volte, invece, mentono spudoratamente, come avviene nel brano intitolato Il mestiere più difficile di tutti, in cui un giovane scrittore si perde nelle menzogne e nei rancori di due scrittori affermati a cui ha sottoposto i suoi lavori e il suo talento.

È il candore, con il quale gli esseri umani rivelano la propria spudorata necessità di soddisfare i propri bisogno anche attraverso gli altri, come accade ne Il mastino – in cui si racconta di uno scrittore, è costretto dalla moglie, vive a contatto con un pugile di cui deve scrivere la biografia e che all’improvviso muore lasciandolo senza il denaro che gli era stato promesso –, o i desideri infranti di gloria come ne Il teatro è gay – in cui un giovanissimo attore cede alle lusinghe di un regista affermato, seguendo i consigli di sua madre, solo per avere una parte – a rendere questi racconti l’espressione di un’umanità impietosa, che Calligarich non giudica mai, ma sembra con distacco rivelare ai lettori.

Il dramma, che ogni personaggio porta con sé, è qualcosa che nessuno potrà lenire, che nessuno potrà capire. Questi racconti, che hanno in un modo o nell’altro a che fare con il teatro – molto spesso le lettere si ampliano e diventano dei monologhi veri e propri –, sembrano essere illuminati dalla spietata luce dei drammi del Novecento, che oltre a mettere nell’angolo i personaggi, li mette a contatto con il proprio dolore, con la propria parte oscura. Se nei drammi di Tennesse Williams, nei rudi personaggi di Eugene O’ Neil o di Pirandello i protagonisti sono indifesi davanti al nulla, al fallimento delle proprie vite, agli sbagli e finiscono per soccombere, nei racconti-monologhi di Calligarich il nulla e lo squallore, il dolore, la nuda realtà sono, sì, affrontati, ma anche elusi attraverso l’ironia e la fuga, quelle porte che si aprono, all’improvviso, e alle quali nessuno aveva bussato, come accade alla protagonista di Adiòs, in cui si racconta come il rifiuto di un padre verso una passione incestuosa di una figlia si possa risolvere solo con un’ennesima fuga in Austria della figlia.

Sono, dunque, l’ironia, lo sguardo smaliziato dell’autore che guarda da lontano e sembra sorridere, ‘lo sbarazzarsi di ciò che non va’ i veri caposaldi di questi racconti. Sono le fughe di alcuni personaggi, il loro voler stare nell’ombra, il loro rendesi conto alla fine che il loro ruolo sul palcoscenico della vita non è quello del principe Amleto, ma quello di un suo cortigiano, come recita una poesia di Dario Bellezza (i cui versi lo scrittore cita indirettamente nel racconto Messaggi nella teiera), a rendere il dramma lieve, l’amarezza sopportabile, la ferita nascosta. E il fatto che in un modo o nell’altro alla fine ci si abitua ai propri fallimenti. Come fanno per altro gli amanti di Una memoria spietata, che ricordano, sì, i protagonisti de L’età dell’innocenza di Edith Wharton, ma senza l’amarezza di una giovinezza lontana e di una passione soffocata dalla società, propria del romanzo della scrittrice americana. La loro è una malinconia quieta, un essere consapevoli che la loro storia non era destinata ad essere importante; importante forse è l’essere stati per un breve momento insieme. Niente di più. E di essersi trovati a vivere delle vite discrete, che non li fanno rammaricare di nulla.

C’è anche da dire che il genere della lettera, nelle mani di Calligarich, si trasforma in pluralità di storie e di azioni, le azioni e le storie confluiscono nella parola detta e nella complessità del monologo, il monologo in cabaletta, tutto ciò rendono questi racconti un inno all’imprevedibilità dell’agire umano.

Dalla presentazione dell’editore:

Nelle lettere dei protagonisti di “Posta prioritaria” si scopre una commedia umana fatta di gelosie, amori, ambizioni, affetti dove tutti dovranno conoscersi, scontrarsi e ferirsi per scoprire finalmente il proprio destino. Un romanzo corale che lascia sconcertati e smarriti come può accadere davanti a uno specchio. In questa nuova edizione le storie inedite “Raggio di sole”, “Ma se ghe pensu”, “Il custode, Ama il prossimo tuo” e quelle della nuova sezione “Il tempo passa”, “West African Lion”, “Messaggi nella teiera” e “Adiòs”.