Dopo mesi di inattività, nel breve volgere di qualche settimana ho visto tre dei film che vanno per la maggiore. Diamanti, Giurato numero due e L’abbaglio.
Tre film ambiziosi, ciascuno a modo proprio, ma tutti e tre con il desiderio di volare alto.
Ci sono riusciti? Uno sì, due ni. O forse uno ni e due no. Vediamo meglio.
Diamanti (ni/no). Özpetek ci racconta la storia di due sorelle che negli anni settanta gestivano a Roma una sartoria specializzata in abiti per il teatro e il cinema. Come tutti ormai sanno (è stato su tutti i giornali e siti più e più volte) è un film tutto al femminile, dove gli interpreti maschili (pochi) sono ridotti a macchiette o poco più. Il film ondeggia tra il melodramma e il dramma con frequenti puntate sull’umorismo e il sarcasmo, compito questo che viene svolto bene da una convincente Geppi Cucciari (anche se la più convincente sorprendentemente è Mara Vernier).
A dispetto della vulgata comune che vuole che il film sia piaciuto alle donne e non agli uomini per ragioni di scarsa rappresentanza dell’universo mascolino, a me, uomo, il film non ha convinto per tre motivi: eccesso di ambizione e di melodramma e scarsità, o deficienza, nello svolgimento della psicologia di una delle due protagoniste.
Eccesso di ambizione: il film è (anche) una pellicola sul cinema stesso riecheggiando su questo tema capolavori cui la pellicola di Ozpetek non si avvicina neppure. Otto e mezzo o Effetto notte raccontano il farsi di un film. Qui se ne accenna soltanto nell’apertura, nell’intermezzo e nel finale. Un omaggio? Un ambizioso omaggio?
Eccesso di melodramma: le sequenze mute tra la Ranieri e il suo vecchio amore fanno rimpiangere la leggerezza di Almodovar.
Scarsità/deficienza: a inizio film si accenna ad una tragedia accaduta ad una delle due protagoniste, tragedia che si inabissa travolta dalla necessità del racconto dei lavori della sartoria per riapparire alla fine. Nel mentre la povera Trinca costretta a sguardi nel vuoto. Altro: una delle sarte ammazza il marito violento dopo averci giustamente angosciato per la sua prolungata condizione sofferente. Il giorno dopo la vendicatrice di tante violenze, dopo aver assistito alla morte del marito, è tranquilla, serena, truccata, pronta a nuove avventure. un pochino scarso il suo profilo psicologico, o sbaglio?
Giurato numero due (sì/ni). Seguendo in parte Parola ai giurati di Lumet, qui Eastwood riflette sul senso di colpa e sui meccanismi della giustizia americana.
La storia dell’ex alcolista involontario omicida è ben raccontata e il film è riuscito e ben scandito, salvo una sola leggera stonatura iniziale. Il protagonista ad inizio film non voleva far parte della giuria avendo promesso alla moglie di starle vicino nella sua seconda gravidanza a rischio (già la prima era finita in tragedia). Con questo animo si presenta in tribunale dove evidentemente ascolta quantomeno un breve riassunto dei fatti che andranno ad essere giudicati. Come può non essersi reso conto che avendo lui assistito a parte delle scene “incriminate” basterebbe dichiararlo per essere escluso e tornare a casa da sua moglie? Da un punto di vista filmico, a giudicare dalle riprese, il senso di colpa è successivo (precoce, ma successivo) e allora?
Ciò detto il film come sempre in quelli di Eastwood (e in generale negli americani) ha ritmo e tensione, tanta e tale da tenere attaccati alla poltrona fino alla fine (che peraltro non finisce, ma questa è una delle cose belle e riuscite del film).
L’Abbaglio (ni/no). Cosa è o cosa avrebbe voluto essere questo film? Il racconto di un pezzo di storia meno conosciuta? Un inno d’amore alla Sicilia di un tempo? Una vicenda picaresca? Troppe cose insieme, annodate in maniera sfilacciata, senza ritmo, con evidenti pause e con un basso continuo rappresentato dalla recitazione di Servillo che invece di segnare il tempo del racconto filosofeggia inutilmente.
Resta la recitazione ottima di Ficarra e Picone. Restano i costumi e resta una lodevole fedeltà storica, ma il tutto poteva essere meglio riunito e legato insieme facendo meglio capire come e perché due disertori finiscono inavvertitamente a riunirsi all’esercito da cui avevano disertato.



