Ramsis Bentivoglio ci manda questo breve racconto dal sapore horror che volentieri pubblichiamo.
Dante non è morto nel 1321, ma per sfuggire alla condanna emessa da Firenze il 6 novembre 1315, aveva costruito ad arte la sua morte a seguito della malattia al ritorno da Ravenna.
Dante, ingannata anche la Mietitrice, aveva vagato per l’Italia del nord, sotto falso nome, per preparare la vendetta alla sua città. Dopo l’esilio si era convertito al ghibellinismo e aveva abbracciato la causa dell’imperatore contro quella del papato avignonese, peccatore tra i peccatori.
Da Milano, dove si era trattenuto un po’, si era spinto fino in Boemia per incontrare Giovanni I, citato dal poeta nel Purgatorio, come vendicatore della Firenze corrotta da cui era fuggito. Ricevuto con tutti gli onori, Dante era stato protetto e investito di titoli regali, ma Giovanni I non era mai stato nominato re e il papa, in spregio, lo aveva anche scomunicato, impedendogli di salire al trono. Dante, ottantenne, aveva perso ogni speranza quando, nel 1346, il mai-re era morto lasciandolo senza protezione. Firenze, ancora una volta, sembrava volerlo umiliare, ma da Venezia un’epocale pestilenza, che avrebbe riscritto la storia del mondo, stava arrivando per mare, silenziosa, strisciante e sporca come i topi che sbarcavano dalle navi mercantili.
Nel 1348, dopo quasi due anni, anche Firenze stava per essere spazzata via dalla Morte Nera. Dante vi riconobbe i segni dell’Apocalisse e gli sembrò di rivivere il suo viaggio agli inferi.
Nonostante l’età, sembrava essere immune dal contagio, ma così non era per i suoi parenti e molti dei conoscenti e amici. Vide, nel giro di poco tempo, svanire intere famiglie, intere città e nessun cerusico, nessun negromante poteva impedirlo.
Dante si preoccupò di verificare che a Firenze i suoi figli e nipoti fossero ancora vivi e decise, contro tutta ogni logica, di intraprendere il viaggio. Non aveva più al suo fianco Virgilio o Beatrice, morta giovane, ma poteva contare ancora sul suo spirito vitale. Aveva considerato, infine, che, se avesse dovuto morire, e ormai sentiva che si stava avvicinando l’Oscura Signora, avrebbe voluto morire nella sua città, tanto amata e odiata.
Nell’aprile del 1348, quando le prime avvisaglie mortifere giungevano da Firenze, Dante scese in Italia, affiancato da uno scudiero.
Dante credeva che la morte fosse la cosa più terribile che Dio aveva donato all’uomo, ma non sapeva ancora che quel viaggio gli avrebbe mostrato la cosa più terrificante e impossibile da raccontare. La realtà, si sarebbe reso conto, superava di gran lunga l’invenzione poetica. L’inferno non era più un luogo metafisico nell’aldilà, ma un luogo fisico nell’aldiquà.
Giunto ad agosto a Firenze, passando per vie traverse, aveva creduto di passare inosservato alle guardie fiorentine, ma da quello che vedeva non esisteva più alcuna protezione e c’era una desolazione spettrale. I morti erano accatastati in fosse comuni, l’Arno era rosso di sangue e puzzava come il Flegetonte.
Arrivato alla sua casa natale sembrava non essere cambiato niente, solo le insegne ormai logore. Ma Firenze non era più la stessa. Dante pianse solo una volta, quando oltrepassò la porta e non vide nessuno. Salì le scale con difficoltà ed entrò nella sua vecchia stanza da cui poteva vedere buona parte del quartiere. Silenzio e morte. Alcuni carrettieri raccoglievano i cadaveri lasciati dai vivi davanti le porte e avanzano, imprecando, come Caronte. Le maschere a becco sembravano demoniache. Stremato, decise di riposare.
Il mattino seguente, all’alba, venne svegliato dalle campane del Duomo. Agosto cuoceva le strade già a quell’ora e l’odore dei morti era insopportabile. Una sfilata di frati penitenti passava per le strade benedicendo i vivi, ma soprattutto i morti.
Dante uscì e si diresse in piazza Signoria. Un questuante inveiva contro il papa e il podestà perché avevano attirato l’ira divina su di loro e nessuno si sarebbe salvato. Vagando un po’ per il centro, fino agli Uffizi quasi fu travolto da un uomo che correva in direzione opposta alla sua. Il suo scudiero imprecò contro quell’uomo, ma Dante lo scosse per mostrargli da cosa stava fuggendo. I due rimasero inorriditi. Dante sguainò la spada come a Campaldino. Lo scudiero lo copiò ed entrambi iniziarono ad arretrare velocemente. Un’orda di morti viventi stava avanzando a passo lento. Questi, con suoni deprecabili, con un tocco risvegliavano i cadaveri sulla via come fosse un richiamo dall’aldilà. Nuovi revenants si univano alla Legione.
Dante aveva visto che correndo non avrebbero potuto sfuggire loro e decise di salire alla torre di Palazzo Vecchio.
Altri morti giungevano dalle vie traverse e cercavano proprio loro, come se l’essere vivi fosse una maledizione o un peccato mortale. Nell’androne in uno stanzino vide un uomo rannicchiato e questi, spaventato, disse che era il podestà e avrebbe fatto di tutto per aver salva la vita. Dante lo prese con sé spingendolo avanti verso l’alto. I morti li seguivano.
Giunti in torre serrarono la porta alle spalle, ma il podestà piangeva e urlava come un ossesso.
Dante non sopportò a lungo quelle urla isteriche e decise di sacrificarlo, spingendolo fuori, dove fu dilaniato.
In ogni caso non avevano via di scampo. La porta non avrebbe retto a lungo sotto le spinte demoniache dei morti viventi. C’era solo una possibilità, uccidere di nuovo i non-morti. Lo scudiero protesse il suo cavaliere e si sacrificò riaprendo la porta e permettendo al suo padrone di uscire, mentre lui con la spada combatteva con quegli esseri. Dante prese per una via secondaria. Si ritrovò nella Cappella del Podestà, dove scorse il suo ritratto eseguito da Giotto. Ricordò gli anni della giovinezza con ardore, ma il rantolo dei revenants lo riportò alla realtà. Sembravano annusare la sua presenza. Decise di combatterli. Sarebbe morto a Firenze come voleva.
Qui finisce la vicenda conosciuta di Dante cacciatore di morti. Accanto al suo ritratto fu ritrovata questa doppia terzina incompleta, che ci illumina su una sua possibile fine.
Giunto che fui al fin d’alto piglio,
interruppi la mia fuga ‘sì lesto,
guardai li demoni con torvo ciglio
e capii che la fine giungea presto.
In cuor mio, sentii come spesso
non paura, ‘a morte colsi onesto,
con dignità, in primis, fui me stesso.
