Ramsis Bentivoglio, scrittore e blogger, ci segnala questa raccolta di saggi e di interventi del grande Manganelli da Torino. A questo proposito Ramsis ci scrive.
“Giorgio Manganelli è stato uno dei più grandi e colti critici letterari italiani del 900 e un fine scrittore di romanzi surreali e onirici.
La sua cultura era rimasta nascosta anche al suo collega, ben più famoso, Pietro Citati, quando entrambi lavoravano in Garzanti. Il primo libro fu Hilarotragoedia (1964) e fu una rivelazione per l’intero parterre intellettuale nostrano.
La sua successiva crisi di identità, depressiva soprattutto, lo portò alla porta di Ernst Bernhard, famoso psicanalista junghiano di stanza a Roma. Con lui Manganelli scoprì l’inconscio e tutto quello che ruota attorno a questo mondo impalpabile, ma profondo e sincero. Manganelli ritrova sé stesso e la voglia di vivere.
IL VESCOVO E IL CIARLATANO parla proprio di questo loro rapporto. Secondo Manganelli Bernhard non curava i pazienti ma li metteva in contatto con i loro problemi e le loro ombre, facendo comunicare le due parti, spesse volte nascoste e rifiutate. Lo psicanalista faceva le domande giuste, ma le risposte doveva trovarle chi si rivolgeva a lui. Il paziente, dice Manganelli, doveva essere contagiato dalla sanità del terapeuta.
Soprattutto per lo scrittore Manganelli questo rapporto di cura e amicizia lo aiuta anche nella sua professione, perché, come diceva Jung, al quale Bernhard si ispirava e del quale seguiva il pensiero, la creazione non può e non deve mai essere euforica perché lo scrittore è colui il quale trova sé stesso nel disagio.
Il libro, ben più profondo di una semplice recensione, racchiude e riunisce molti saggi scritti da Manganelli su Bernhard e Jung. Da segnalare il sorprendente articolo JUNG E LA LETTERATURA.“
Di Manganelli Stefano Piantini aveva segnalato la raccolta di seggi dal titolo Emigrazioni oniriche per i tipi dell’Adelphi, mentre Sandro Frera ci aveva parlato brevemente dei racconti di Centuria, sempre edito da Adelphi.
Dalla presentazione dell’editore:
Nel 1973, di fronte a una sbalordita platea di psicoanalisti e studiosi di psicologia, convenuti a Roma per discutere di Jung nella cultura europea, Giorgio Manganelli pronunciò una memorabile apologia dell’incubo, del carattere luciferino e visionario della letteratura, dell’isolamento sociale dello scrittore. Una dichiarazione di guerra al senso comune e alla «psicologia» (junghianamente intesa come l’antitesi della «visione») che cinquant’anni dopo potrà apparire come l’ultimo grande «manifesto» del Novecento. Ed anche una singolare maniera di mettersi a nudo, come un animale notturno venuto a sfidare le ottimistiche certezze della «cultura» e le banalità della «cattiva letteratura». Non è certo un caso, inoltre, che un autoritratto tanto lucido e convincente prenda forma all’interno di un discorso su Jung e sulla psicologia del profondo. Era stato un allievo di Jung, il leggendario apolide Ernst Bernhard, frequentato a Roma all’inizio degli anni Sessanta, ad aprire a Manganelli le porte di quello «spazio psichico» del quale e dal quale non si stancherà mai di scrivere, dall’esordio dell’Hilarotragoedia fino al capolavoro postumo, La palude definitiva. I saggi e gli articoli raccolti in questo libro sono la testimonianza esplicita di interessi profondi, che innervano di sé, in modo più segreto, anche tutte le pagine maggiori di Manganelli. Con una sospetta perizia da autentico esperto, e sempre accompagnato dalle innumerevoli risorse di uno stile impareggiabile, lo scrittore indaga sui libri e le vite di Bernhard, di Freud, di Jung, di un Oliver Sacks appena scoperto; ripercorre qualche celebre caso clinico, discorre dei sogni, di un possibile «galateo» per attraversare indenni le loro foreste di simboli…

