Questo è un racconto a puntate. Questa è la prima e dimostra che si può essere felici anche con un handicap sociale non da poco.
Il ragionier Guido Finetti era un uomo pragmatico, scrupoloso, e, soprattutto, una leggenda nel mondo della ristorazione. Gestiva con successo sei ristoranti in città, tutti affollati ogni sera e acclamati per la qualità dei piatti e l’efficienza del servizio. Eppure, c’era un piccolo, fastidioso dettaglio che rendeva la sua vita decisamente… singolare: Finetti puzzava. Ma non una semplice puzza da uomo sudato o da scarpe vecchie. No, il ragionier Finetti emanava un odore talmente insopportabile e misterioso che nemmeno la scienza era riuscita a spiegare.
Le voci dicevano che la sua “essenza” fosse un mix letale di formaggio stagionato dimenticato in un armadio umido e cavolo cotto in una pentola arrugginita. Altri sostenevano che fosse una maledizione ereditata da un antenato che si era inimicato un profumiere di corte. Qualunque fosse la causa, la puzza del ragionier Finetti era diventata leggenda.
Finetti, consapevole della sua condizione, aveva imparato ad adattarsi. Per esempio, non metteva mai piede nei suoi ristoranti. Gli chef, i camerieri e i cassieri lo rispettavano enormemente per la sua competenza e il suo fiuto (finanziario, non olfattivo), ma nessuno osava avvicinarsi troppo.
Ogni sera, al termine del turno, i cassieri uscivano in strada con una busta contenente gli incassi della giornata e i registri contabili. Senza mai dire una parola, lasciavano tutto su una panchina davanti al locale, si giravano rapidamente e rientravano nel ristorante, trattenendo il respiro.
Finetti arrivava poco dopo, con la sua borsa di pelle, ritirava il materiale e si allontanava, camminando con una dignità sorprendente per un uomo che trasudava, letteralmente, disagio.
Nonostante tutto, i suoi ristoranti prosperavano. Finetti era un genio nella gestione. Sapeva esattamente quando alzare i prezzi, quali piatti eliminare dal menu e quando cambiare il fornitore di frutti di mare. Aveva un dono innato per prevedere i gusti della clientela e anticipare le tendenze gastronomiche.
Ma ciò che davvero colpiva era la sua capacità di motivare il personale senza mai incontrarlo di persona. “Lasciava lettere scritte a mano con consigli e complimenti,” raccontava un cameriere. “Era incredibile: riusciva a farti sentire apprezzato… da lontano.”
Un giorno, qualcosa andò storto. Uno dei suoi ristoranti, un bistrot elegante chiamato “La Forchetta d’Oro”, fu scelto per un’importante ispezione da parte di un critico gastronomico. Finetti decise che doveva essere presente per supervisionare ogni dettaglio.
“Ragionier Finetti, ma non può entrare!” lo implorò il direttore del locale, sudato per l’ansia.
“Non preoccuparti, rimarrò in cucina,” rispose lui, deciso.
Finetti si infilò da una porta sul retro, convinto che una rapida occhiata sarebbe bastata. Ma non aveva fatto i conti con il fatto che l’odore, confinato per anni all’esterno, era ora intrappolato tra le mura del bistrot.
Nel giro di cinque minuti, la sala principale iniziò a svuotarsi. Il critico gastronomico, un uomo noto per il suo palato raffinato e il suo naso ancora più raffinato, si alzò improvvisamente.
“C’è un problema con il sistema fognario?” chiese, portandosi un fazzoletto al naso.
“No, signore! Tutto perfettamente funzionante!” rispose il maître, visibilmente teso.
Ma il danno era fatto. La recensione del critico fu impietosa: “La Forchetta d’Oro offre una cucina eccellente, ma l’ambiente è avvolto da un’atmosfera… diciamo, poco commestibile.”
Finetti fu devastato dalla recensione. Non tanto per l’odore, a cui era abituato, ma perché si rese conto che il suo desiderio di controllo aveva messo a rischio il lavoro di tante persone. Decise allora di trasformare la sua condizione in un punto di forza.
Lanciò una campagna pubblicitaria per il suo bistrot: “La Forchetta d’Oro: cibo talmente buono da farti dimenticare tutto il resto.”
Il pubblico, incuriosito, accorse in massa per capire a cosa si riferisse lo slogan. E, incredibilmente, molti tornarono. “Certo, bisogna mangiare velocemente,” disse un cliente abituale. “Ma il soufflé al cioccolato vale ogni secondo.”
Finetti continuò a gestire i suoi ristoranti da lontano, con panchine, lettere e telefonate. La sua puzza rimase un mistero, così come la sua capacità di trasformare ogni ostacolo in opportunità.
Un giorno, un giornalista provò a intervistarlo per scoprire il segreto del suo successo. “Come fa, ragionier Finetti, a gestire tutto senza mai entrare nei suoi locali?”
Finetti sorrise enigmatico. “L’odore di un uomo non è niente rispetto al profumo del successo.”
E con quella frase, si allontanò. Il vento portò via con lui un sentore inconfondibile, lasciando dietro di sé una scia di curiosità… e clienti affamati.
