Da uno spunto di Sandro Frera, ecco il racconto sviluppato da Chatgpt, sulle avventure di un impiegato del catasto.

Ernesto Martini era un uomo semplice, grigio come le pareti del suo ufficio al catasto. Ogni mattina si svegliava alle 6:45 precise, mangiava una colazione a base di biscotti insipidi e scendeva in garage per salire sulla sua Fiat Panda del 2003. La sua vita era una routine perfetta, che aveva imparato ad accettare con la rassegnazione tipica di chi lavora con mappe catastali, fogli di calcolo e inchiostro blu.

Ernesto viveva con sua moglie Carla, una donna pratica con un talento innato per trovare difetti in qualsiasi cosa, e con i loro due figli adolescenti: Federica, che comunicava esclusivamente con sbuffi e alzate di spalle, e Tommaso, un gamer incallito che non vedeva la luce del sole dal 2019.

La loro casa, un modesto quadrilocale nella periferia di una città senza nome, era tutto per Ernesto. L’avevano comprata 15 anni prima, ristrutturata con cura e arredata con il meglio che l’Ikea avesse da offrire. Ernesto amava quella casa. Era il suo rifugio, il suo nido, il simbolo della sua stabilità.

O almeno così credeva.

Un mercoledì mattina, tra una pratica e l’altra, Ernesto notò un fascicolo con il suo nome. Aprì il plico con la consueta calma, ma ciò che lesse lo fece quasi soffocare con il suo caffè d’ufficio.

“Gentile signor Martini,
abbiamo il dispiacere di informarLa che l’immobile sito in Via dei Tigli 27 risulta privo di autorizzazione urbanistica e, pertanto, inesistente ai fini catastali. Le normative vigenti prevedono la demolizione o il ripristino dello stato originario del terreno. Cordiali saluti, L’Ufficio Tecnico Comunale.”

Ernesto rilesse il documento almeno tre volte, sperando che si trattasse di uno scherzo, magari orchestrato dal suo collega Loris, famoso per le sue pessime battute. Ma il timbro comunale era autentico.

“Carla,” disse Ernesto quella sera, seduto al tavolo della cucina, il viso più pallido di una piastrella. “La casa… non esiste.”

Carla lo fissò per un lungo momento. “Cosa intendi con ‘non esiste’? Ci siamo dentro, Ernesto. Ti pare che stiamo fluttuando nel nulla?”

“No, intendo che per il catasto è come se non fosse mai stata costruita. È abusiva. Dovrebbe essere abbattuta.”

Carla rimase in silenzio per qualche secondo, poi scoppiò in una risata fragorosa. “Oh, Ernesto! Non sapevo che lavorassi anche come comico! Finalmente una battuta decente dopo vent’anni!”

“Non sto scherzando,” mormorò lui.

La risata di Carla si spense. “Ernesto, non dirmi che hai comprato una casa abusiva senza accorgertene. Sei un impiegato del catasto, per l’amor del cielo! È come se un dietologo mangiasse solo fritti misti!”

Ernesto abbassò lo sguardo. “L’ho scoperto oggi…”

Quando i figli vennero a sapere della situazione, la reazione fu prevedibile.

“Quindi devo traslocare?” sbraitò Federica, con la teatralità degna di una soap opera. “E io dove metto le mie cose? Ho appena riorganizzato l’armadio!”

“Dite quello che volete, ma io il mio router non lo mollo,” dichiarò Tommaso, già intento a smontare la sua postazione da gaming.

Carla si girò verso Ernesto con uno sguardo assassino. “Ottimo lavoro, Ernesto. Hai mandato all’aria la nostra vita. Ora cosa fai, chiami la ruspa?”

“Non è così semplice,” balbettò lui. “Ci sono procedure, documenti, possibilità di sanatoria…”

“Ah, certo. Perché con te i documenti funzionano sempre così bene,” ribatté Carla, incrociando le braccia.

Qualche giorno dopo, Ernesto si presentò all’Ufficio Tecnico Comunale, armato di una cartella piena di certificati e permessi. Si sedette davanti all’ingegnere responsabile, un uomo tarchiato con l’aria di chi aveva visto troppe pratiche e troppi caffè scadenti.

“Dunque, signor Martini,” iniziò l’ingegnere, “il problema è che la casa è stata costruita su un terreno che risulta agricolo. Non c’è alcun permesso edilizio registrato.”

“Ma come è possibile? Ho tutti i documenti!” protestò Ernesto.

L’ingegnere scrollò le spalle. “Non è colpa nostra se chi vi ha venduto la casa ha fatto il furbo. Forse non avete controllato bene…”

Ernesto sentì il sangue ribollire. “Io lavoro al catasto, maledizione!”

“Beh, allora avreste dovuto accorgervene, no?”

Tornato a casa, Ernesto si sentiva un uomo finito. Ma Carla, con il suo pragmatismo brutale, aveva già un piano.

“Ok, senti, Ernesto. La demolizione è fuori discussione. Dobbiamo trovare il modo di regolarizzare questa situazione. Hai detto che ci sono possibilità di sanatoria, giusto?”

“Sì, ma servono molti soldi per le tasse e le pratiche,” sospirò Ernesto.

“Allora venderemo qualcosa. Magari la Panda. Oppure Federica. Tanto non ci parla mai.”

“Non è divertente, Carla.”

“Nemmeno vivere in una casa che tecnicamente non esiste.”

Dopo mesi di carte, avvocati e litigi, Ernesto riuscì a ottenere la sanatoria, ma al costo di un mutuo che lo avrebbe perseguitato fino alla pensione.

Un giorno, mentre guardava la sua casa ormai “ufficiale”, Carla si avvicinò con una tazza di caffè. “Sai, Ernesto, hai fatto un casino. Ma almeno non hai mollato.”

“Grazie, credo,” rispose lui.

“E ora sai cosa faremo? Compreremo un cartello enorme e lo metteremo in giardino: ‘Questa casa ESISTE. E ce la siamo guadagnata due volte’.”

Ernesto scoppiò a piangere. Per la prima volta in mesi, il peso che sentiva sulle spalle sembrò alleggerirsi, ma la Panda era stata venduta e il mutuo si sarebbe mangiato le ferie per i prossimi ventanni. In più Federica continuava a sbuffare e Tommaso si era definitivamente chiuso in camera sua a giocare. Voleva diventare un gamer professionista. Chissà cosa avrebbero detto in ufficio. Carla lo abbracciò e sentenziò: “Meno male che lavoravi al catasto, se no davvero eravamo per strada!”

Ernesto si mise a piangere ancora più forte.