Rita Pugliese, autrice del bel romanzo “greco” Ritorno ad Atene, ci regala questo raccontino riflessione sui segnalibro. Eccolo.


Di cuoio, di carta, di stoffa, di metallo, di sughero, di stoffa, di calamita. Ce ne sono di ogni materiale possibile. E di ogni foggia possibile. A forma di piccola tasca, in cui vanno inserite, credo, le pagine già lette; come una molletta d’acciaio che dovrebbe tenere ferma la pagina; un rettangolo di cartone con una nappa finale che dovrebbe sporgere dalle pagine; simile a un righello di cui non ho mai capito il funzionamento; una treccia di fili colorati; una lamina sottile di rame con ricciolo finale. Ne sono pieni il cassetto del comodino e la tasca di un raccoglitore che tengo sopra la scrivania. In buona parte me li hanno regalati.

Non ne uso nessuno.

Eppure qualcuno è davvero bello. Uno (comprato a Venezia da me, lo ammetto) ha una magnifica riproduzione di una veduta settecentesca della città; qualche altro ha una nobile funzione, ricorda una donazione fatta o che si potrebbe fare; qualcuno è frutto del lavoro di uno studente aspirante grafico o di una persona con handicap che in quella striscia di cartone colorato ha messo le proprie capacità e magari la sua piccola dimostrazione di un’autonomia lavorativa. E infatti non ne butto via nessuno, li raccolgo o meglio li tengo lì, perché sono una grande lettrice e so che prima o poi potrebbero servirmi.

Il fatto è che quando leggo, in poltrona o accoccolata sul divano in salotto, su una sdraio in giardino, distesa sulla stuoia al mare, seduta in tram, in aereo, in treno, non so perché ma non ho mai un segnalibro a portata di mano, e se sono in casa mi guardo bene dall’allungare un braccio o dall’alzarmi per andare a prenderne uno là dove ne conservo uno di ogni tipo, di ogni dimensione, finanche di pertinenti all’argomento del libro. Floreale per Dare l’acqua ai fiori, metallico per Acciaio, nero per un thriller, rosa per un romanzo d’amore.

E allora uso la prima cosa che mi trovo fra le mani, un biglietto del tram, la carta d’imbarco di un aereo, una strisciolina strappata di giornale, un fiore reciso, un pezzetto di spago, una festuca trovata tra i sassi, qualsiasi minima cosa possa fungere da segnalibro. Una cartolina, una foto, un post-it ormai privo di colla, uno scontrino fiscale, una…

È così che poi, anni, decenni dopo, ritrovo casualmente tra le pagine di qualche libro ripreso dalla libreria tracce di vita passata. In quel giorno di quell’anno ero su un treno per Genova, ho preso il tram…per dove?, ho comperato un quaderno in una cartoleria di Vigevano, ho preso un cappuccino e una brioche in quel caffè d’angolo che ora non c’è più, ero in un chissà quale prato. Allora il segnalibro si trasforma in un segnavita, un lampo imprevisto sulla vita trascorsa; testimonianza fragile che c’è stato un lungo tempo prima dell’oggi, attraversato dalle pagine di un libro e dalla vita attorno.

Forse dovremmo pensare a segnalibri per i nostri anni. Possono essere persone, luoghi, incontri, una frase ascoltata, una canzone; alcuni sapremmo dove metterli, altri li abbiamo dimenticati, come quelli nei libri, ma potrebbero riemergere per un caso, per una coincidenza della memoria, altri potrebbero restare segreti o dimenticati tra le pagine di una vita.