Ogni domenica Briciolanellatte pubblica un breve racconto. Non dirò nulla di più. Dirò solo che vanno letti. La loro lettura è uno dei piaceri domenicali.
Questo si intitola Una pesca fortunata. Eccolo.
Leonida era un pescatore della domenica. Per quel suo carattere schivo e introverso e soprattutto per il desiderio di starsene in pace dopo una settimana faticosa a contatto con la gente, già al mattino presto, prendeva il largo con la sua barchetta ultraleggera. Gli piaceva più che la cattura improbabile di qualche pesce, la bruma sottile che veleggiava a fil d’acqua, il respiro fresco dei salici indolenti che sfioravano con i rami le onde pigre e pulsanti del lago. Tutto era silenzio là in mezzo, interrotto a tratti dal verso delle alzavole che increspava l’eco nei primi contrafforti montani. E a poco poco sentiva di recuperare il suo equilibrio.
Un cliente dello sportello cui era addetto, un giorno, gli aveva chiesto cosa pescasse.
«Mi piacerebbe prendere una carpa» aveva risposto lui distrattamente.
Al che il cliente gli disse che per il carp fishing si sarebbe dovuto affidare, per le caratteristiche di quello specchio d’acqua, a un modello di canna specializzata Telescopica Ultimate Adventure da 12 piedi e 3 libbre e poi, anzitutto, a un chod rig con l’impiego di un boilie come esca e ovviamente a una lenza Watercraft. Leonida fece una faccia spenta e ottusa. Non ci aveva capito nulla. Ma poi riprendendosi sbottò in un: «Certamente, e cos’altro sennò?»
Ma nelle domeniche successive l’uomo continuò a pescare con la sua canna antiquata, il galleggiante di sughero e come esca le larve friganee prelevate in modo estemporaneo da sotto i sassi poco prima di mettere la barca in acqua. A lui interessava solo rilassarsi, dopotutto, e se poi per sbaglio avesse abboccato anche un pesce, perché no, sarebbe andato bene anche quello. Di certo non ci voleva ammattire dietro.
E poi una domenica mattina, verso mezzogiorno, stava per smontare la canna e tornare a riva senza catture, come al solito, quando il galleggiante affondò di un buon metro. Il cuore gli risalì in gola. Impugnò meglio la canna e cominciò a tirare la lenza dando di mulinello. Il pesce che aveva abboccato prometteva di essere davvero ragguardevole e lo impegnò per una buona mezz’ora, tanto da essere portato da lui a spasso per tutto il lago sulla sua barchetta. Quando finalmente lo tirò sulla barca non ci poteva credere. Una carpa enorme! Chi l’avrebbe mai detto che ne fosse stato capace? Orgoglioso la caricò sulla macchina.
A casa cercò una ricetta che gli consentisse di cucinarla subito. Anche se avrebbe dovuto congelarne almeno una parte. Intanto cominciò a pulirla. Ma, come ben presto scoprì, le sorprese non erano finite. Quando iniziò a eviscerarla, dallo stomaco fuoriuscì un qualcosa che rotolò fino a terra. Lavò l’oggetto all’acqua corrente del rubinetto e vide che si trattava di un bellissimo anello d’oro con tanto di luccicante smeraldo. Un gioiello antico, si sarebbe detto. Leonida non stava più nella pelle. Lo avrebbe potuto vendere e con il ricavato comprarsi la moto che aveva sempre desiderato. Era davvero il suo giorno fortunato. Se lo mise al dito mignolo e si fece una foto per il suo profilo social. Non vedeva l’ora di far sapere a tutti della sua prodigiosa cattura e del ritrovamento. Poi riprese a cucinare e di lì a poco sentì suonare alla porta.
Era il maresciallo dei carabinieri Palau con alcuni carabinieri della Stazione.
L’anello che lui aveva trovato nella carpa era quello che era al dito della contessa Matilde Manetti Scorza l’ultima volta che era stata vista nella sua villa in collina, l’anno precedente. Di lei non si era saputo più nulla e c’era chi sosteneva che fosse riparata all’estero per evitare il crack dell’azienda di famiglia. Ma ora invece era molto più probabile che il suo corpo giacesse in fondo al lago dove la carpa aveva trovato il suo anello. Sotto lo sguardo attonito di Leonida il maresciallo gli sequestrò l’oggetto prezioso. E per maggiori accertamenti anche la carpa, già sfilettata.

