Si è aperta pochi giorni fa in Pirelli Hangar Bicocca la prima retrospettiva dedicata a Tinguely in Italia dalla sua morte. La mostra starà aperta fino al 2 Febbraio 2025.

Nella dispensa distribuita all’ingresso si legge che Tinguely (1925/1991) è stato il maestro dell’arte cinetica , trasformando oggetti di scarto e materiali recuperati in sculture meccaniche spesso ironiche, rumorose, cacofoniche.

A dispetto delle numerose analisi critiche spesso molto ben documentate (la migliore che ho letto sta in La Dimora del tempo sospeso) la mia prima impressione è di allegria giovanilistica.

Queste enormi macchine, ma anche quelle più piccole, mettono allegria nella loro patente inutilità.

Sono colorate, multiformi, inutili e non così fastidiosamente rumorose (delle mie domeniche trascorse in fabbrica al seguito di mio padre ricordo rumori assordanti di cui qui si odono solo lontani parenti).

Dopo un minimo di documentazione quel che resta è libertà e allegria. In quel lungo periodo durante il quale Tinguely e gli altri del Noveau Realisme operarono era possibile progettare una enorme signora sdraiata dalla cui vagina si entrava in un bar e in altri locali o un enorme membro maschile che eruttava fuochi d’artificio dalla propria sommità (e metterlo davanti al Duomo di Milano) (ovviamente non sfugge che quello fu anche il periodo di massima libertà sessuale che l’occidente abbia mai sperimentato in maniera ufficiale e palese). Si progettavano e si trovavano anche finanziatori che ne permettevano la realizzazione.

L’arte era intesa come provocazione gioiosa e giocosa, senza scopo di lucro (quello semmai veniva dalle commissioni private delle grandi aziende per i propri giardini – leggi Renault): in quegli anni era possibile pensare di alzare a New York una enorme macchina che una volta messa in moto si autodistruggeva. Roba da far impallidire l’autodistruzione che Banksy ha inscenato a New York distruggendo un’opera appena aggiudicata in asta per un milione di dollari (ma in quest’ultimo caso la presa per i fondelli dell’istituzione mercato dell’arte era, come dire, lapalissiana, mentre in Tinguely la critica era al capitalismo in senso molto lato e traversale.

Gioia, allegria, nonsense. Energia vitale. L’apparente menefreghismo dei meccanismi sociali si mescola all’inno alla automazione e alla fabbrica, tanto da permettere a Tinguely di scrivere: “La macchina innanzitutto è lo strumento che mi consente di essere poetico”.

Dal futurismo non si sentiva amore più sincero verso la macchina, intesa come meccanismo gioioso e quindi libero.

Arte come divertimento, come presa per il culo, come irriverenza, esattamente come insegnava il Dadaismo.

La discesa verso cui ci aveva indirizzato, tra gli altri, Duchamps qui si corre a perdifiato.

Insomma la mostra va vista, specie se fuori piove e la nebbia dagli irti colli sale perché è un tonico contro il cattivo umore e la depressione invernale.

Peraltro è gratis.