Proseguiamo nel pubblicare alcuni degli interventi di Francesco Betti su Linkedin. Qui in un certo senso si chiudono le riflessioni sulla A.I. e sulla Grande Trasformazione.

Mi chiedono spesso: ma quindi?

Sì, proprio così, domanda molto sintetica: MA QUINDI? (me lo chiedono in maiuscolo).

Quindi cosa? Rispondo io.

Quindi cosa dobbiamo fare, CONCRETAMENTE (pure questo in maiuscolo) per non farci rubare il lavoro dall’intelligenza artificiale?

La domanda è corretta. E io la leggo anche nel senso: “Ma quindi, a cosa serve La Grande Trasformazione, e tutto ciò di cui ci stai riempiendo le orecchie e la testa, concretamente?”.

Allora, mettiamo le cose in chiaro. Alla domanda: “L’AI ci ruberà il lavoro?” la mia risposta è: “Magari!”.

Alla domanda: “Cosa dobbiamo fare concretamente?”, la mia risposta è: “Concretamente, nulla”.

Il tema del lavoro non può essere certamente banalizzato. Sappiamo che tutte le innovazioni tecnologiche portano a disequilibri, carenze di domanda per certi skill ed eccessi per altri, che normalmente vengono riassorbiti nel lungo periodo, non appena il gap di competenze viene riassorbito. E i problemi sono molto più grandi quanto più veloce, diffusa e dirompente è l’innovazione tecnologica rispetto alle abitudini e agli stili di vita precedenti. Ed è proprio questo potenzialmente il caso.

Come ha scritto recentemente Mario Draghi nel suo (come sempre) bellissimo contributo (“The future of European competitiveness”), sino ad ora l’impatto dell’AI in Europa è stato labour-enhancing anziché labour-replacing: questo effetto, tuttavia, potrebbe essere solo transitorio, perché i settori produttivi stanno ancora analizzando come utilizzare le nuove tecnologie. Tutto il capitolo 2 del suo report è dedicato all’analisi dei ritardi tecnologici (nell’AI ma anche in settori chiave come quelli del cloud e quantum computing) e delle loro soluzioni politiche. Tra queste la necessità di colmare il gap di competenze sull’AI generativa (sulla base degli studi citati da Draghi, il 20% dei lavoratori vedrà il 50% dei propri task impattati dalla generative AI).

Ora, la mia risposta provocatoria è: siamo davvero sicuri di voler rimanere attaccati al lavoro come lo intendiamo oggi? Non è forse un bene che l’innovazione tecnologica ci “liberi” da quel tipo di lavoro e ci restituisca un altro modo di “essere produttivi”?

La corsa al cartellino

Sul fatto che il modello produttivo e lavorativo stia cambiando non ci sono, penso, molti dubbi. Le continue oscillazioni tra globalizzazione e localizzazione della produzione da un lato, e tra gerarchizzazione e inclusione dei compiti dall’altro, sono lì a dirci che qualcosa sta inesorabilmente cambiando.

Il lavoro, inteso come “posto di lavoro” è davvero un concetto che lentamente sta scivolando negli scaffali della storia. Anzitutto è sempre meno un “posto” fisico; secondo, è sempre meno fisso; terzo, è sempre meno un “lavoro comandato”, perché l’intelligenza organizzativa e produttiva richiesta è troppo ampia per poter essere gestita da pochi e, soprattutto, dal centro.

E’ un bel direttore, un santo, un apostolo

Il concetto di intelligenza collettiva è del tutto simile al concetto di rete informatica: quanto più gli obiettivi sono complessi, tanto più la capacità computazionale (il calcolo) e persino quella elaborativa (il pensiero) diventano carenti e non possono essere ingabbiati in pochi centri decisionali.

Mettiamo quindi in rete computer per darci più potenza di calcolo; creiamo grandi cloud per calcolare sempre più velocemente, e includiamo nei processi decisionali e creativi tante più persone possibile, per beneficiare delle loro diversità e intelligenze.

Abbiamo fondato repubbliche sul concetto di lavoro come attività che libera l’uomo, cioè che gli dà un senso; e dopo alcuni decenni ci siamo accorti della forza di un grande movimento di contestazione che chiede un bilanciamento tra lavoro e vita (il famoso work-life balance), come se lavoro e vita fossero tra loro in contrasto. Altro che il lavoro nobilità l’uomo. L’Italia è una Repubblica fondata sul work-life balance.

Ma quindi? Ma quindi ben venga l’AI a rubarci il lavoro di prima. Tanto è destinato a finire per involuzione. Lasciamo a lei quei compiti, e impossessiamoci del lavoro vero. Gran parte di quei “compiti” è quanto di più distante ci sia dal concetto di intelligenza: sono ripetizioni di task, copia-incolla di processi, imitazioni di comportamenti. Creano false sicurezze, non creano pezzi di futuro.

Non c’è alcun valore aggiuntivo che non possa fare una macchina che quello fa di natura: imitare gli altri e sembrare intelligente. Conosco intere carriere costruite su questo.

E poi c’è il tema della concretezza.

C’è questa idea piuttosto stupida che le cose concrete siano sempre e comunque utili. La filosofia è concreta? No. È utile? Secondo me sì.

Non sto dicendo di circondarci di fuffologi, venditori di aria fritta e cose del genere. Ma ciò che a volte passa come “fuffologia”, spesso può rappresentare una risorsa importante in un mondo che cambia. La scienza esatta della fuffologia.

Quando dico che la principale sfida che ci pone l’AI è quella di costringerci a pensare diversamente, ma soprattutto a pensare, sto utilizzando un concetto della fuffologìa? È fuffologico ritenere che dobbiamo investire tempo e fatica per immaginare come pensare diversamente per non essere sopraffatti dagli spazi ristretti di una logica che non è più in grado di risolvere i problemi del presente? Ed è fuffologica l’idea che per inventare una nuova forma di intelligenza originale, che ci contraddistingua dalle macchine, dobbiamo tornare a fare cose antiche, come studiare il bello, le leggi della natura, le dinamiche che governano il nostro stare in comunità con altri umani?

Se lo è, allora sono un fuffologo.

Le parole hanno una storia, che spesso ci dice molto di più di quello che pensiamo. Concreto deriva dal latino concretus, cioè denso, rappreso, con-creto, participio passato di concrescere, cioè, condensarsi, coagularsi.

Diciamolo diversamente: per noi ciò che è utile deve avere un corpo, essere tangibile, palpabile, materiale. Noi siamo figli di questa cultura. L’elogio alla concretezza è un elogio alla materialità.

Poi naturalmente ci sono gli usi figurati, ma comunque alla fine, che sia indiretto o meno, una cosa è concreta se – dopo un certo numero di passaggi – dà vita a un qualcosa che io posso vedere e toccare. Questo è un modo di ragionare a una dimensione in un mondo che è (almeno) tridimensionale, e che quindi restringe drammaticamente la visuale, uccide le opportunità e l’innovazione.

L’innovation gap è prima di tutto figlio di questa cultura. Ci sono idee, suggestioni, modi di organizzare la vita, il lavoro, i rapporti sociali ecc… che non hanno un immediato senso “concreto”. E forse dobbiamo riappropriarci di quelle speculazioni, apparentemente non-concrete, ma che sono alla base del nostro peculiare modo di stare al mondo.

Certo, la nostra specie è stata all’inizio molto concreta: ha inventato le armi per uccidere animali concreti, per sfamare concretamente con le loro carni un numero crescente di figli, per estrarre e utilizzare concretamente le risorse naturali del pianeta.

Ma poi si è accorta, strada facendo, che le mancava qualcosa. Ha sentito un vuoto. Lo sentiamo spesso anche individualmente, o no? La nostra specie, in questo senso davvero intelligente, ha sentito che aveva bisogno (per capire sé stessa, per capire il senso del proprio viaggio su questo pianeta, per radunare persone attorno a un’idea di futuro) di qualcosa che era tutto tranne che concreto: la filosofia, l’arte, la scrittura, il sogno, l’emozione, la speranza, e così via.

È questo il tratto originale della nostra specie, ciò che davvero sappiamo fare meglio di chiunque altro, persino di tutte quelle macchine che noi stessi abbiamo concretamente inventato.

(Notizia che leggo solo ora, e che in un certo senso incoraggia: l’Università di Oxford ha creato lo Human-Centered AI Lab, laboratorio che svilupperà una “pipeline filosofia-codice” per tradurre concetti filosofici come ragione ed autonomia umana in sistemi di IA open source).

Spoiler del prossimo articolo, che vorrei dedicare a cosa intendo quando parlo di scienza esatta della fuffologia, la cui equazione fondamentale è questa: