La Mostra del Cinema di Venezia 2024: ecco i film da non dimenticare. Dal sito Piazza Levante qui il contributo di Daniele Lazzarin (*).
“Vale la pena affrontare il tour de force tra una sala e l’altra, sottoporsi alla fatica di code interminabili, appesantite quest’anno dalla ressa eccezionale e dal caldo tropicale, e magari dopo una corsa restare esclusi da una proiezione in osservanza della cosiddetta politica della rush line, per un ritardo incolpevole causato dal guasto di un vaporetto di linea, il tutto per cercare di vedere solo alcuni dei film (impossibile vederli tutti) presentati al più antico festival d’arte cinematografica del mondo? Una delle ragioni per rispondere affermativamente è il privilegio di poter assistere, con registi e attori, alla première non solo di opere pubblicizzate dal clamore mediatico, ma ancor più di film che, benché autoriali, vengono considerati poco commerciabili dalla grande distribuzione e sono quindi destinati a girare per pochi giorni e in poche sale, se mai compariranno nei circuiti italiani: è il caso di diversi titoli della sezione Orizzonti.
È senz’altro emozionante vedere in versione dark lady Monica Bellucci, per i più pazienti e fortunati anche dal vero, nel ruolo di “mangiatrice di anime” e di “sposa cadavere”, fatta a pezzi e ricucita con una pinzatrice, in Beetlejuice Beetlejuice di Tim Burton, che in anteprima (fuori concorso) ha aperto il festival, ma si tratta di un’emozione che dal 5 settembre tutti gli amanti dell’universo fantastico burtoniano possono condividere. Grande attesa anche per un altro film fuori concorso, Wolfs – Lupi solitari, opera non memorabile di Jon Watts, che mette in scena – in ordine di apparizione – George Clooney e Brad Pitt nel ruolo di due fixers, professionisti al margine della malavita chiamati a svolgere in coppia, a loro insaputa, il compito di far sparire un cadavere per evitare scandali a una procuratrice distrettuale. I due sono abituati a lavorare da soli e si detestano: prende così il via una commedia d’azione che sfocia parallelamente in una sorta di buddy movie, in cui i due protagonisti, pur scoprendosi simili e afflitti dagli stessi acciacchi, si contendono il primato nel loro “mestiere”, ma anche sullo schermo, dando vita a un’ironica parodia metacinematografica del divismo. Le conseguenti gag e battute, divertenti all’inizio, finiscono poi per ripetersi e indurre alla noia, nemica del cinema, facendo invece brillare l’interpretazione del più giovane Austin Abrams nella parte di “gigolò per caso”, creduto morto per una droga che per un po’ lo ha fatto sentire “bello come loro”, e precipitato suo malgrado in una serie di disavventure e scontri in un’atmosfera notturna da incubo metropolitano che richiama alla mente Fuori Orario di Martin Scorsese. Il film, concepito per lo streaming, sarà presto visibile e acquistabile su piattaforma, dopo essere stato presente dal 20 settembre solo per una settimana nelle sale americane.
Non si sa invece quando sarà distribuito in Italia il film brasiliano in concorso Ainda estou aqui – I’m Still Here, vincitore del Premio Osella per la migliore sceneggiatura e del Green Drop Award per la difesa dei valori ambientali, che si inserisce in una tradizione di cinema di testimonianza civile sempre rappresentata al Festival di Venezia (a questo proposito un commento a parte meriterebbe un altro film in concorso già programmato nelle sale: Campo di battaglia di Gianni Amelio). Il regista Walter Salles, autore dei pluripremiati Central do Brasil e I diari della motocicletta, evita la complessità stilistica a favore della chiarezza della ricostruzione storica e della denuncia morale, affrontando il compito di narrare, attraverso le vicende di una famiglia, ciò che accadde in Brasile durante il regime dei Gorillas, la dittatura militare che dominò il paese tra il 1964 e il 1985, periodo con cui il cinema non aveva mai fatto i conti, diversamente da quanto avvenuto per le analoghe dittature in Argentina e Cile. Il film trae il proprio soggetto dall’omonimo libro di memorie di Marcelo Rubens Paiva, amico personale del regista, adattato per lo schermo dagli sceneggiatori premiati a Venezia Murilo Hauser e Heitor Lorega, e attraverso il cronotopo dell’idillio familiare, interrotto e faticosamente ricostituito con incancellabili ferite, ricorda la scomparsa dell’ex deputato laburista Rubens Paiva, padre dello scrittore, sequestrato dai militari come accadrà poche ore dopo alla moglie Eunice e a una delle quattro figlie, ma diversamente da loro mai più tornato. Intorno a questo momento ruotano il tempo e lo spazio del film: appaiono prima le immagini luminose dei momenti felici vissuti insieme sulla spiaggia di Rio, la serenità della vita familiare nell’interno della casa, il clima di rinnovamento e di apertura culturale dell’inizio degli anni ’70; ma quasi subito ecco contrapporsi il buio delle perquisizioni notturne, fino a quando anche Eunice dopo Rubens (interpretato egregiamente da Selton Mello) viene prelevata da quella casa che sembrava inattaccabile dal mondo esterno e conosce l’oscurità di una caserma e di una cella. Ed è allora che lei si mostra come la vera protagonista della storia, attuando un percorso di maturazione personale e lottando per mantenere l’equilibrio suo e dei cinque figli, con cui è costretta a tornare a San Paolo, dove completerà gli studi giuridici e si porrà in prima linea nella difesa dei diritti delle popolazioni dell’Amazzonia: proprio negli anni del regime era infatti iniziata la deforestazione, con l’uccisione di circa ottomila indigeni. Il tempo della storia familiare arriva quindi vicino ai nostri giorni e finisce per coincidere con mezzo secolo di storia brasiliana. Eunice, interpretata da Fernanda Torres e in vecchiaia da sua madre, Fernanda Montenegro, già protagonista di Central do Brasil, lotta fino in fondo per la verità, e paradossalmente il momento più intenso e commovente del film, tanto da strappare le lacrime al pubblico veneziano, è quando riceve dopo venticinque anni la certificazione della morte di Rubens, fino ad allora nascosta e negata; poi, ormai anziana e malata di Alzheimer, Eunice non ricorderà più nulla, ma la sua mente ritroverà un lampo di lucidità e di gioia nel rivedere in televisione l’immagine del marito, emblema di una dignità umana che non rinuncia mai a se stessa.
Ritornano a Venezia i temi della morte e della vita, colta nelle sue stagioni e nelle sue imprevedibili circostanze, e si ripresenta il cronotopo della casa, luogo simbolico di identità e centro dell’intimità degli affetti; sono motivi originalmente al centro di Familiar touch, film in concorso nella sezione Orizzonti, dove la regista Sarah Friedland, che si è aggiudicata il Leone del futuro per la miglior opera prima e il premio Orizzonti per la miglior regia, mette in scena il percorso di trasformazione e, in un certo senso, di apprendimento di una donna ormai anziana, che inizia a mostrare i segni della demenza senile, adottando nella narrazione il suo punto di vista. Ruth, la protagonista – interpretata da Kathleen Chalfant, vincitrice del premio per la migliore interpretazione femminile – ricorda ancora perfettamente le ricette di cui è esperta e si esprime con garbo in un linguaggio forbito, ma è costretta a ricercare nuovi criteri di lettura della realtà quando, dalla casa dove ha vissuto la sua vita, è portata dal figlio, che lei non riconosce, in una confortevole casa di riposo; ma proprio il figlio, ballando con Ruth, riuscirà nuovamente a comunicare con lei attraverso un “contatto familiare”. Poco prima lui stesso si era sentito “toccato” svuotando la casa della madre: aveva scoperto un quaderno su cui erano annotati, con attento e minuzioso affetto, i cibi che gli davano sollievo e preferiva quando, da bambino, era malato. Il linguaggio del cinema sa cogliere e fissare in modo indimenticabile ciò che il corpo, al di là delle parole, può esprimere; avviene così anche ne L’attachement di Carine Tardieu, dove una libraia femminista, Sandra, interpretata con sottile ironia da Valeria Bruni Tedeschi, difende la sua indipendenza, la sua casa e la sua camera da letto, ma finisce per “attaccarsi”, al di là della sua volontà, ai bambini della vicina, morta improvvisamente, e in qualche misura anche ai loro padri. Il film, nei modi di un certo genere francese, mostrando come l’inaspettato può irrompere nel quotidiano, svela l’elemento dinamico che è alla base della macchina del cinema, ma al tempo stesso si apre a una gioiosa celebrazione della vita.
(*) docente di cinematografia e di linguaggio cinematografico

