In altra sede del sito veniamo a sapere le opinioni di Francesco Betti sull’Intelligenza Artificiale.
La mia è che se per Intelligenza Artificiale si intende ChatGPT o software simili, allora sono strumenti nuovi rispetto ai quali qualcuno sarà più bravo di altri nel loro uso.
Certamente tutte le funzioni umane ripetitive verranno sostituite, ma si sa, si legge anche molte funzioni apparentemente “artistiche” o “creative”. Tra queste quelle di inventare e scrivere e filmare storie. Molti giornalisti scrivono i propri articoli avvalendosi almeno in parte di questi strumenti. Molti insegnanti fanno lo stesso. Un amico che doveva stilare una bibliografia su uno specifico argomento ha fatto ricorso a questo genere di aiuto informatico. Molti (moltissimi) studenti se ne avvalgono. Problema? Da un punto di vista occupazionale certamente sì. Da un punto di vista creativo, secondo me, ripeto, fra un po’ scopriremo che i racconti, i romanzi e i film realizzati da questi software seguendo le domande e le indicazioni di un tizio (essere umano, intendo) sono mediamente più belli, interessanti e financo scritti meglio di quelli realizzati dallo stesso software, ma seguendo le domande e le indicazioni di un altro.
Mi vengono in mente tutte le migliorie tecniche che nel tempo si sono succedute. Immagino i commenti di Laver, per esempio, a provare a giocare con le racchette da tennis attuali: “con queste qui sono tutti capaci”. La stessa cosa al ricordo dei palloni di cuoio che con la pioggia si imbevevano e diventavano pesanti come palle da bowling. Eppure c’erano i campioni allora, come adesso.
Tutto ciò premesso, ho chiesto a ChatGPT di scrivere un racconto di 2.000 battute in stile neorealista su una donna sposata al sud ai giorni d’oggi.
Questa è la sua risposta. Considerato che ci ha messo un tempo infinitesimo, il risultato fa schifo, ma è comunque leggibile. Settimana prossima si riproverò. Magari imparo anche io a fare le domande giuste.
Maria si svegliò all’alba, come ogni mattina. Il sole filtrava attraverso le persiane di legno, disegnando strisce di luce sul pavimento consumato della cucina. Accese il fuoco sotto la pentola, preparandosi a cucinare il caffè per suo marito, Giovanni. La routine era un rituale che non si era mai stancata di osservare, ma dentro di lei qualcosa iniziava a incrinarsi.
Giovanni arrivava sempre a casa tardi, stanco dopo una giornata di lavoro in cantiere. Maria lo aspettava, con il cuore che le batteva forte all’idea di condividere la cena, di sentirlo parlare della sua giornata, di ascoltare i sogni di un futuro migliore. Ma le serate si riducevano a chiacchiere superficiali e a silenzi imbarazzanti.
Dopo aver sistemato la tavola, Maria si dedicò alla figlia, Rosa, che aveva otto anni. La piccola stava imparando a leggere e scrivere, e ogni volta che la vedeva sfogliare i quaderni, il cuore di Maria si riempiva di orgoglio. “Mamma, quando andremo al mare?” chiedeva Rosa, i suoi occhi brillavano di desiderio. Maria sorrideva, ma nella sua mente si affollavano pensieri di impossibilità. Il mare era un lusso lontano, una promessa non mantenuta.
Il pomeriggio trascorreva lento, e Maria si dedicava alle faccende domestiche. Mentre stendeva il bucato, il vento le portò un odore di fritto proveniente dalla casa accanto. Le donne del vicinato, sempre impegnate nei loro doveri, la osservavano con occhi curiosi. “Maria, quando fai anche tu una festa?” le chiesero. Lei sorrise, ma nel suo cuore sentì un vuoto. Una festa? Le sembrava un sogno irraggiungibile.
La sera, Giovanni tornò a casa con il volto segnato dalla stanchezza. Maria lo abbracciò, sentendo il suo odore di sudore e fatica. Si sedettero a tavola, ma la conversazione si arrestò presto. Giovanni guardava la televisione, mentre Maria si persa nei suoi pensieri, ripensando ai progetti abbandonati. La vita scivolava via, e lei sentiva di non avere voce.
Una notte, dopo aver messo a letto Rosa, Maria decise di affacciarsi alla finestra. Il cielo era stellato, e in quell’immensità trovò un barlume di speranza. Forse un giorno sarebbe riuscita a prendere in mano la sua vita, a inseguire i propri sogni. Per ora, però, si limitava a sognare ad occhi aperti, nel silenzio di una casa che parlava di sacrificio e amore.
PS: ChatGPT non scrive solo, come forse molti sapranno, ma elabora anche immagini. Questo il dialogo appena occorso:
Io: Sto preparando una presentazione. Puoi aiutarmi a creare un’immagine per alcuni concetti che devo trattare?
ChatGPT ha detto: Certo! Fammi sapere quali concetti devi trattare e come ti immagini l’immagine, e sarò felice di aiutarti a crearla.
Io: donna del sud sposata
ChatGPT: Immagino che tu stia cercando di rappresentare una donna del sud Italia sposata. Per chiarire meglio, potresti indicarmi qualche dettaglio in più sull’aspetto o l’abbigliamento che desideri includere? Ad esempio, vuoi che indossi abiti tradizionali o moderni? Magari accessori specifici come un velo o gioielli tipici?
Io: abiti moderni non ricca insoddisfatta
ChatGPT: Grazie per i dettagli! Ora creo un’immagine che rappresenta una donna del sud Italia, vestita con abiti moderni ma modesti, che non provengono da una condizione di ricchezza. Il suo atteggiamento rifletterà un certo senso di insoddisfazione o frustrazione. Ecco l’immagine della donna del sud Italia che hai descritto, vestita con abiti moderni e con un’espressione che riflette insoddisfazione. Spero sia in linea con ciò che avevi in mente! Fammi sapere se ci sono modifiche da fare.


Da Luisa Adani: “Grazie Sandro, intrigante. Non entro nel merito della qualità del testo, mi interessano piuttosto due passaggi il “Immagino che tu stia cercando di rappresentare una donna del sud Italia sposata” della chat ai che suppone vi sia un modo di vestire diverso rispetto allo stato civile; la tua richiesta di rappresentarla come “insoddisfatta” ipotizzando che lo stato emotivo ne definisca l’immagine e la postura. Mi piacerebbe, se ti sembra abbia un qualche interesse e se ne hai voglia/tempo, che tu chiedessi nel corso della conversazione aperta di rappresentare una donna sposata, separata, divorziata, vedova così come dalle diverse gamme emotive. Credo che la forza degli stereotipi, e quindi i limiti attuali della chat ai, risulterebbero lampanti.”
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