Non so perché Francesco Betti abbia scelto di iniziare questa densa riflessione citando Archimede Pitagorico della Disney. Non lo so, ma ciò che poi viene detto sulla Intelligenza Artificiale (AI) e sul nostro mondo è al solito estremamente interessante. Eccolo.
A mio parere Archimede Pitagorico (Gyro Gearloose) è uno dei personaggi più anomali dell’intera storia di Walt Disney. Troppo simile a Ciccio di Nonna Papera per essere credibile, spesso viene fregato da Zio Paperone, che da buon capitalista gli ruba le invenzioni più riuscite senza mai dargli un soldo.
In Italia deve il suo nome a Guido Martina, che volle omaggiare sia il filosofo e matematico greco Pitagora (quello che sta alla base della nostra logica duale e della conoscenza matematica del mondo) e il matematico e fisico siciliano Archimede. Alcune traduzioni ardite gli attribuiscono anche altri nomi (Giro Rotalibera, Giro Girolamo, Archimede Geroglifici…), ma per fortuna il tempo li ha dimenticati.
In ogni caso, Archimede Pitagorico, e il suo mitico assistente Edi, sono il simbolo nell’universo Disney dell’inventore, dell’innovazione, del progresso.
Non avrei mai pensato, mentre nella mia cameretta sfogliavo Topolino, che molti anni dopo mi sarei ricordato di Archimede Pitagorico durante la lettura del Prometeo liberato di David S. Landes, 733 pagine di analisi storica sulla rivoluzione industriale in Europa dal 1750 ai giorni nostri, che prende il titolo direttamente dalla tragedia perduta di Eschilo (secondo Eschilo fu Eracle a spezzare le catene e liberare Prometeo).
Ora, non correte in libreria a comprarlo (posto che sia ancora disponibile). Non è il caso di leggerlo, non serve più. Quel libro, per chi ama la storia economica, è senza dubbio una pietra miliare, ma niente può togliergli l’odore di quelle stampe ingiallite che trovate nelle sale d’aspetto dei medici di famiglia. Poi vi dico il perché.
La tesi di Landes è molto semplice pur nella sua dettagliata esposizione: l’uomo ha liberato Prometeo dalle catene che Zeus gli aveva inflitto (insieme ad altri piacevoli intrattenimenti, come un’aquila del Caucaso che gli apriva il petto e dilaniava il fegato, insomma cose così); (seconda parentesi: che poi forse è una sorte migliore di quella che toccò al fratello, Epimeteo, che alla fine si decise a sposare Pandora, per non fare ulteriormente incavolare Zeus, e sappiamo il regalo che trovammo dentro quel vaso. Chiusa parentesi).
Prometeo (“colui che pensa prima”) è il forgiatore dell’uomo, colui che regalò il fuoco agli uomini e con esso la chiave per lo sviluppo della tecnica e della capacità di manipolazione del mondo.
Simbolo di ribellione, di sfida all’autorità, ma anche metafora del sapere che si libera dai vincoli del mito. È Prometeo che regala agli uomini l’intelligenza e la memoria, e che dà il via all’ascesa del potere dell’uomo sulla natura. Come dice un adagio popolare: se Dio avesse voluto che l’uomo volasse gli avrebbe dato le ali. Prometeo prima, e Dedalo poi, ci hanno insegnato che anche senza ali si può volare, almeno per un po’.
In ogni caso la tesi di Landes è: ogni innovazione tecnologica porta con sé cambiamenti, periodi di disoccupazione temporanea, seguiti da un progressivo re-skilling della forza lavoro e poi di cambiamenti degli stili di vita per adattarsi alla nuova tecnologia. Ci vuole tempo, ma dal 1750 è andata così. Tranquilli.
Ma quindi, l’intelligenza artificiale generativa è solo una delle tante invenzioni? Se è così, mettiamoci collettivamente il cuore in pace, il temporale passerà anche stavolta, e amici come prima.
Eppure, le opinioni sono diverse. Dal bar all’università, noi tutti ci dividiamo in due schiere ben distinte: da una parte chi sostiene che, come ogni innovazione tecnologica, sapremo adattarci, ne usciremo più forti, siamo mica ancora una tribù di scimmie e cose del genere (sto semplificando un pochino); dall’altra, chi dice che stavolta è diverso, e verremo presto annientati da un’orda di robot intelligenti che a bordo di tante Tesla ci aspetteranno dietro l’angolo per investirci e impadronirsi di quel poco che resta del mondo.
Ma il dilemma è davvero così semplice?
Secondo me ci sono due problemi più importanti: uno è il tempo, l’altro è la natura stessa delle regole del gioco.
Non c’è alcun dubbio che il ritmo dell’innovazione abbia accelerato, e che la sua progressione sembri inarrestabile. Come dice Landes, la corsa si sta facendo sempre più veloce, e i ricchi diventano più ricchi, mentre i poveri fanno figli.
Ci sono voluti all’uomo centinaia di migliaia di anni per imparare a coltivare la terra e ad addomesticare il bestiame. La maggiore disponibilità di viveri procurata da questa rivoluzione neolitica permise una crescita importante della popolazione, forme di insediamento concentrate e divisione del lavoro, con un conseguente sviluppo intellettuale della nostra specie.
Ci vollero circa diecimila anni per fare il successivo passo avanti: l’introduzione di nuove tecniche industriali a cui diamo il nome di Rivoluzione industriale portarono a un’ulteriore crescita demografica, ulteriori concentrazioni urbane, maggiore specializzazione del lavoro, nuovi progressi della scienza e della tecnologica.
Sono bastati meno di duecento anni per passare all’energia atomica e all’automazione, qualche secolo per sviluppare la macchina a vapore, qualche decennio per il motore a combustione interna, qualche anno per l’intelligenza artificiale, qualche mese per….
Primo problema: il re-skilling della forza lavoro, che prima poteva svolgersi nel giro di un paio di generazioni, ora deve avvenire in pochi anni, pochi mesi in alcuni casi. Questo alza il livello delle tensioni, dei fenomeni di rigetto dell’innovazione, eccetera.
Il secondo problema ha a che fare con la natura stessa delle regole del gioco dell’innovazione e della creatività.
È un lungo e antico dibattito quello tra regole e creatività, o per dirla in inglese, tra compliance e performance. Un antico dibattito che io provo a risolvere senza troppi giri di parole: se le regole sono fatte bene, la compliance assicura anche la performance.
L’esempio è sempre quello del nuoto: nello stile libero, seguire le regole del nuoto non è un atto di cieca sudditanza al protocollo: fa nuotare più veloci. Allo stesso modo, nuotare con regole proprie non è necessariamente un atto di creatività. A che serve la creatività se riduce la performance?
Quindi: regole buone, risultato buono. Trade-off risolto.
Questo è vero fino a una certa soglia di complessità. Quando si supera quella soglia, il sistema diventa così complesso che non è più possibile creare o adattare le regole rimanendo all’interno della stessa logica che ci ha consentito di crearle. Occorre cambiare logica.
I sistemi complessi, lo dicevamo anche in un altro articolo sulla rivoluzione digitale, hanno questa caratteristica fondamentale: le loro dinamiche sono comprensibili soltanto se si guarda al comportamento del sistema nel suo insieme (nel suo complesso, se volessi giocare con le parole). Essi non seguono la logica riduzionistica, della riduzione in parti, perché è il modo in cui li osservo che genera il comportamento del sistema.
La rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale generativa sono sistemi complessi (i large language models a cui ci si riferisce parlando di AI generativa sono algoritmi che descrivono le dinamiche di sistemi neuronali complessi).
E quindi non si tratta, come in quel passato delle stampe ingiallite di cui parla Landes, di formare la classe lavoratrice sull’utilizzo della nuova tecnologia. Qui si tratta di cambiare il modo in cui la classe lavoratrice si rapporta alla tecnologia, concepisce la tecnologia, giù giù fino allo schema logico che deve usare per farlo.
Detto in sintesi: non si tratta di adattare le regole del gioco, ma si tratta di riscriverle completamente partendo da un’altra logica. Non è evoluzione, questa, è rivoluzione.
L’AI non è una tecnologia che ci aiuta a trovare più velocemente le informazioni. È una tecnologia che ci aiuta a pensare in modo diverso.
Ancora oggi il mondo si divide in tre categorie: chi usa ChatGPT al posto di Google, chi lo usa per fare brainstorming e chi lo usa per fare re-braining. Il primo trova forse informazioni diverse (e spesso più imprecise); il secondo trova qualche idea nuova a partire da quelle informazioni; il terzo mette in discussione il modo in cui le informazioni si relazionano, e crea un nuovo senso.
Boom!
Ricapitolando: non solo abbiamo poco tempo, ma abbiamo poco tempo per fare una cosa che non siamo mai stati in grado di fare in precedenza, cioè cambiare il modo di pensare della nostra specie. Se è vero che Prometeo ci ha regalato l’intelligenza e la memoria, il compito che ci aspetta non è solo quello di liberare Prometeo dalle sue catene, ma è soprattutto quello di spezzare le catene della nostra logica nel momento stesso in cui essa arriva al culmine del suo più grande successo tecnologico.
In fondo, perché l’intelligenza artificiale ci spaventa? Non ci spaventa perché ci farà perdere il lavoro. Sappiamo tutti che non è questo il problema, così come i nostri padri non si sono spaventati davanti all’invenzione del personal computer. L’AI ci spaventa perché intuiamo che mette in discussione il paradigma della nostra stessa modalità di interpretare il mondo. Abbiamo paura di non essere in grado di trovare la risposta, e neanche di fare la domanda.
Non so come andrà a finire, ma sento che questa è la sfida principale che ci pone la Grande Trasformazione. Non possiamo dire di disporre già di un nuovo modo di ragionare, ma sappiamo che alcuni suoi tratti fanno riferimento a guardare i fenomeni più dall’alto che nel dettaglio, più nel loro insieme che nelle loro singole parti, alla loro funzione collettiva più che a quella individuale, più all’ecosistema che alla componente, più alla dinamica che ai fattori, più alle relazioni che alle definizioni, più alla persistenza che alla prevalenza, più alla rete che allo snodo, più all’autorevolezza che alla gerarchia, più all’empatia che all’egoismo, più alla molteplicità che alla singolarità.
Sono le basi di una nuova filosofia che sta liberando noi tutti dalle catene di un mondo che ormai non esiste più e al quale restiamo legati soltanto per l’assurda paura del futuro. Le briglie mentali sono le più difficili da rompere, ma possiamo farcela.
