Proseguiamo nel pubblicare alcuni degli interventi di Francesco Betti pubblicati sulla sua pagina di Linkedin.
Abbiamo già detto che noi siamo quel che siamo (homo sapiens) per un errore di postura, per un “inganno” che abbiamo saputo fare al nostro sistema di mobilità. C’è chi ritiene, sbagliando, che la mano, la sua capacità prensile, il fatto di poter toccare il mondo, stia alla base della nostra intelligenza. Non è così.
Ad esser precisi, la mano differenzia i Primati dagli altri animali. I Primati e gli altri animali antropoidi mettono in azione il movimento dell’arto anteriore e della faccia per l’acquisizione e consumo degli alimenti, per l’aggressione e la difesa. Mentre i roditori prima afferrano o palpano mediante prensione labiodentale, i Primati fanno intervenire prima la mano. In questo l’uomo è un primate come gli altri. Le grandi scimmie afferrano, toccano, raccolgono, impastano, sbucciano, manipolano come noi; lacerano con le dita e i denti, frantumano con i molari, tagliano con gli incisivi, forano con i canini, martellano con i pugni, grattano con le unghie, esattamente come noi. L’uomo non ha nulla nel suo sistema osteomuscolare che non abbia anche la scimmia. Tutta la differenza sta nell’apparato nervoso.
Seguendo le importanti conclusioni di André Leroi-Gourhan, il grande archeologo e antropologo francese, il cervello si è ingrandito nell’homo sapiens per ragioni che hanno a che fare con il cammino verticale, lo spostamento del baricentro della zona frontale, l’aumento delle dimensioni della scatola cranica. Il cervello ha semplicemente riempito quello spazio che la posizione eretta gli aveva messo a disposizione.
La liberazione delle zone prefrontali ha consentito al cervello di affrontare i ragionamenti legati alle operazioni tecniche: tra di essi, la mano è stata assoggettata al linguaggio, al simbolismo grafico e infine alla scrittura.
Quindi, se vogliamo mettere in file le cose, prima viene la posizione eretta, poi l’aumento di dimensioni della scatola cranica, poi ancora lo sviluppo imprevisto del cervello e solo alla fine il predominio della mano e la costruzione delle tecniche e dei simboli. Il tipping point fu la postura eretta, il suo completamento fu la mano.
Nel suo sviluppo, il sistema nervoso umano ha seguito una tendenza a “trasudare”, a liberarsi di cose.
È come se col tempo lo spazio diventasse sempre più stretto, e il cervello avesse bisogno di esternalizzare alcune sue funzioni. L’evoluzione umana è stata contraddistinta da diverse fasi di “liberazione”: la mano è stata spostata all’esterno sotto forma di utensile; il linguaggio sotto forma di immagini, simboli e scrittura; la memoria sotto forma di codificazioni culturali e sociali, prima, di storage digitale, poi.
Ci si chiede se ci troviamo ora di fronte ad un’ulteriore, radicale, liberazione del cervello dall’intelligenza. La domanda, e forse anche l’ipotesi, è: l’intelligenza artificiale è un evento che stiamo subendo o è l’ultima esternalizzazione che il cervello sta cercando di compiere?
Questa è la domanda fondamentale per capire la Grande Trasformazione.
L’AI è una delle solite invenzioni che ogni tanto qualche scienziato ci propone, o è invece l’esito del tentativo che la specie sta effettuando per “liberare” le attività computazionali del cervello?
Da qui la domanda che ne deriva è: se è così, cosa ne sarà dell’homo sapiens? Diventerà un “controllore” di queste “intelligenze esternalizzate”? Un controllore di forme di intelligenza esterne a sé, così come è stato controllore degli utensili o delle macchine? Nel fare questo, l’uomo potrà ancora essere definito sapiens?
Non c’è dubbio che tutta l’ascesa della civiltà si sia realizzata con quello stesso uomo fisico e intellettuale che faceva la posta al mammut. Tutta la nostra cultura elettronica e digitale, che ha appena sessant’anni, si regge su un apparato fisiologico che risale a quarantamila anni fa. Questa distorsione esiste, ed è sotto gli occhi di tutti: una civiltà dai poteri quasi illimitati nelle mani di un civilizzatore la cui aggressività è rimasta immutata dal tempo in cui uccidere la renna significava sopravvivere.
Questa distorsione è aggravata dal fatto che l’uomo ha costruito un mondo simbolico e virtuale di dimensioni gigantesche: sulla piramide animale che governa il comportamento dell’essere umano poggia una piramide rovesciata costituita da tutto ciò che l’uomo ha nel frattempo esteriorizzato nella cultura. La prima piramide si basa sul sistema osteomuscolare e nervoso dell’ultima tappa evolutiva; la seconda è interamente fittizia. Da un lato la faccia e la mano, dall’altra la tecnica e il linguaggio.
L’evoluzione non si ferma, la società continua a disporre di tutti i suoi mezzi ma li trasferisce progressivamente in organi artificiali. Come dice Leroi-Gourhan: “Liberato dai suoi utensili, dai suoi gesti, dai suoi muscoli, dalla programmazione dei suoi atti, dalla sua memoria, liberato dalla sua immaginazione per la perfezione dei mezzi telediffusi, liberato dal mondo animale, vegetale, dal vento, dal freddo, dai microbi, da ciò che è ignoto delle montagne e dei mari, l’homo sapiens della zoologia è probabilmente vicino alla fine della sua carriera… Il grande problema del mondo, già attuale, è questo: come potrà questo mammifero ormai desueto, con bisogni arcaici che sono stati il motore di tutta la sua ascesa, continuare a spingere il suo masso su per il pendio, se un giorno gli resterà solo l’immagine della sua realtà?”.
Le alternative non sono molte. Una è quella a cui abbiamo già accennato: cercare un altro termine latino da far seguire alla parola homo, e cedere ad altri l’attributo di sapiens. L’altra è cercare di rimanere sapiens, riconsiderando completamente il problema dei rapporti tra ciò che è individuale e ciò che è sociale, esaminando concretamente il problema della densità numerica, dei suoi rapporti con il mondo animale e vegetale, smettendo di imitare il comportamento di una cultura microbica per considerare la gestione del globo come qualcosa di ben diverso da un gioco d’azzardo o una negoziazione internazionale di diritti locali.
Occorre provare ad essere ottimisti, e la speranza è riposta nel fatto che, come dice Leroi-Gourhan, “la specie è ancora troppo legata alle sue radici per non cercare spontaneamente quell’equilibrio che l’ha portata a diventare umana”.
