Proseguiamo nella pubblicazione delle “opinioni” di Francesco Betti sulla Grande Trasformazione.

Ecco quanto scrive Francesco:

“Si dice spesso che ogni rivoluzione porta con sé il suo linguaggio. Questo è certamente vero, ma non vorrei creasse un fraintendimento: io non penso che si debba imparare il linguaggio della Grande Trasformazione, ma che sia vero esattamente il contrario: se non si usa un linguaggio diverso, semplicemente è impossibile comprendere la Grande Trasformazione.

È il modo in cui noi rappresentiamo il mondo che ci consente di sistematizzarlo e di raggrupparlo in concetti da scambiare tra di noi. E per rappresentare il mondo, l’unico modo che abbiamo è il linguaggio (scritto, visivo, musicale, ecc…). Come ho probabilmente già detto, ha ragione Kierkegaard: il problema non è nel linguaggio, il problema è proprio il linguaggio.

Come dire: se usi un linguaggio sbagliato, vedrai il mondo in un certo modo e quindi semplicemente non potrai capirlo. Lo ridico con una frase-slogan, così poi la userò come nuovo concetto: se sei in grado di dirlo, sei in grado di pensarlo. I tempi della selezione linguistica sono però così lenti che non possiamo permetterci di aspettare, con Bergson, che lo zucchero si sciolga.

Dove risiede questa capacità di creare senso? Dev’essere una cosa importante, perché questa cosa ci aiuta a capire l’intelligenza artificiale generativa (che è generativa proprio perché genera senso) e anche il motivo per cui rimaniamo affascinati davanti a un’opera d’arte. Troppe cose tutte insieme? Sì, così ci piace.

In altri termini, la scoperta artistica è la scoperta di un pezzo del codice di interpretazione del mondo. I quadri che ci lasciano a bocca aperta sono quelli in cui, inconsapevolmente, scopriamo alcuni pezzi del codice generativo del senso che durante tutta la nostra esistenza cerchiamo di completare. L’arte ci arricchisce nella misura in cui allunga il nostro codice interpretativo. Non è solo un fatto estetico, è un fatto ermeneutico, cioè di interpretazione delle cose del mondo.

Per questo penso che conoscere e fruire di tutte le forme artistiche sia anche un esercizio mentale, non solo emotivo in senso stretto: l’arte allena alla creatività ma allena anche alla comprensione del mondo, dunque al pensiero strategico.

Qual è il linguaggio che ci serve per capire la Grande Trasformazione?

Quello che percepisco è che non sia un linguaggio totalmente nuovo, ma semmai abbia a che fare con l’utilizzo “improprio” di linguaggi precedenti. Ho già detto che a mio parere il salto evolutivo che ci promette la Grande Trasformazione richiede una logica diversa da quella binaria. Ho già detto che la logica combinatoria è probabilmente uno strumento utile per questo scopo. E quindi il linguaggio che ci consente di inventare i concetti che quella logica dovrà utilizzare, dovrà essere a sua volta una combinazione di cose, di esperienze, di livelli e di profondità.

L’intelligenza generativa, che sia artificiale o meno, è la capacità di generare senso, significati dietro il linguaggio (visivo o scritto). Visto sotto questa luce, tutto il dibattito sulla capacità creativa dell’AI è paradossale: non c’è alcuna distinzione, e quindi non potrà essere limitata, tra la capacità di generare linguaggio dotato di un significato e la capacità di creare concetti o immagini nuove. Prima ce ne faremo una ragione, e prima sapremo come affrontare efficacemente la questione.

Come affrontare quindi le sfide e i rischi dell’intelligenza artificiale e della rivoluzione digitale di cui è figlia? Io propongo, anziché limitare l’artificiale, di potenziare l’umano. Anziché porre freni alle macchine, investirei sull’uomo. E ripartirei quindi dalla comunicazione creativa: cerchiamo di dedicare più tempo davanti a un quadro in un museo che davanti a un prompt su un pc.

Il codice segreto che ci serve per interpretare il mondo è in un museo, non nel pc.