Se c’è un romanzo letto di recente che mi ha entusiasmato, ci scrive Sandro Frera, questo è Max e Flora di Singer.

Sandro ha scritto questa recensione.

Autore prolifico soprattutto di racconti (ma non solo) la letteratura di Singer è impregnata di quello spirito che comunemente viene definito ebraico. Leggerezza, intelligenza, humour si mescolano nel rappresentare personaggi che, letti oggi, sembrano usciti da un film di Woody Allen, il cui debito, una volta letto l’originale, è del tutto evidente.

Qui siamo a Varsavia nel 1907 o giù di lì. Max e Flora, due ebrei polacchi, sono tornati a Varsavia al termine di un breve giro per l’Europa a trovare i loro vecchi amici e, Max, a trattare alcuni affari.

Ormai da anni i due abitano a Buenos Aires dove possiedono una fabbrica di borsette, un bordello e un teatro. Il loro è un matrimonio felice fatto di complicità e di comprensione reciproca.

Uno dei motivi della visita è  che Max sta cercando giovani polacche ebree da portare a Buenos Aires come operaie nella fabbrica di borsette. Le più belle magari poi finiranno nel loro bordello. Le argentine, infatti, non vanno bene: ridono troppo, cantano e restano spesso incinte.

L’amico a cui si rivolge è Meir Panna Acida, il boss della malavita ebraica di Varsavia, col quale evidentemente da ragazzo ne ha fatte di cotte e di crude. Se vuole, Meir può procurargliene un treno intero di ragazze, tanta è la povertà della città e il numero spaventoso dato di ebrei espulsi dalla Russia e dalla Lituania.

La Varsavia in cui si svolge la storia è una Varsavia ancora russa, in cui l’anno prima ci sono state insurrezioni tanto gravi da portare lo Zar a concedere la costituzione di un parlamento. Ma, ma sotto la brace cova ancora il fuoco della ribellione tanto che Max entra in contatto con degli anarchici (con una anarchica) che costituiranno il deus ex machina del racconto.

Tra le ragazze che Meir propone di portare a Buenos Aires c’è anche la giovane e pura Rashka, sua figlioccia e pupilla, che viene proposta a Max non tanto come operaia quanto come segretaria o, se Max vuole, come potenziale amante, a patto però che non finisca mai in un bordello. Max la incontra e se ne innamora immediatamente, tanto è giovane, bella e pura.

Max e Flora. Max e Rashka. Max e l’anarchica. Un matrimonio felice? Sì perché a Flora sta bene tutto basta che sappia tutto. Peccato che più si va avanti e le cose che Flora non sa aumentano di pagina in pagina, mentre si scoprono anche cose di Flora che Max non sa e che peraltro non avrebbe voluto sapere.

Sia chiaro, però, che la personalità di Max non è una replica del Don Giovanni. Il suo interesse per il gentil sesso non ha a che fare (solo) con la narcisistica pretesa della seduzione, ma è parte delle volontà di vivere e di godere, di una curiosità verso la vita e il sapere che travalica ogni singolo aspetto sociale e lo conduce a ritrovare gli amici, a conoscere donne, redattori scientifici, anarchici, attori, a fuggire e poi tornare. La sua fame di esperienze e di conoscenza è ciò che lo muove per tutte le pagine del romanzo. Ciò che davvero rifugge Max è la noia.

Il libro ha un finale a dir poco inatteso. Quella Europa e quella Varsavia non ci sono più, sembra quasi volerci dire Singer, ma dato che delle fabbriche di borsette e dei bordelli non se ne sa più nulla, di quelli è lecito attendersi che esistano ancora.

Vale assolutamente i 19 euro richiesti esosamente dall’editore. Buona lettura.

Post scriptum: i due, Max e Flora, sono sostanzialmente analfabeti, o, meglio, lei lo è del tutto, mentre lui legge, scrive e parla, ma solo in yiddish.  Come possa una coppia che parla solo yiddish viaggiare dall’Argentina a Varsavia, passando per Londra e Berlino è uno dei misteri del libro, da cui scopriamo, peraltro, dell’esistenza di una stampa ebraica yiddish ben radicata e diffusa a livello internazionale, stampa che informa delle novità della comunità ebraica in giro per il mondo. D’altronde Singer stesso non scrisse mai se non in yiddish, pur essendo polacco di nascita e statunitense di adozione.

Dalla presentazione dell’editore:

A Max basta vederla, quella Rashka appena quindicenne, per rimanerne abbagliato. E dire che finora tutto filava liscio: lui e la sua bella Flora, moglie e amica, complice e amante, sono tornati a Varsavia per procurarsi della «merce» per la loro fabbrica di borsette – in realtà, carne fresca per il florido bordello che gestiscono a Buenos Aires. Appena arrivati, si sono immersi, come un tempo, nel mondo di via Krochmalna, cuore pulsante del ghetto di Varsavia, sorta di corte dei miracoli, dove, all’inizio del Novecento, aleggia ancora un buon «odore di birra, mostarda, bagel caldi e pretzel» e trafficano i loro vecchi amici, gente come Meir Panna Acida, Leah Lingualunga, Itche il Guercio e Srulke il Tonto. Ma, come recita un antico detto yiddish, «dieci nemici non possono fare a un uomo il male che può fare a se stesso». E così sarà di Max Shpindler, un’altra delle indimenticabili figure della vasta commedia umana che Singer ha saputo mettere in scena: cinico e donnaiolo, in apparenza pienamente soddisfatto di sé e della propria ricchezza, pronto a finanziare un gruppo di anarchici se questo gli consente di far soldi, Max è in realtà tormentato da dubbi, e da domande a cui non trova risposta, e da tentazioni di morte – un tumulto che proprio l’incontro con l’irresistibile Rashka porterà con prepotenza alla luce. Dopo Keyla la Rossa e Il ciarlatano, un terzo, strepitoso inedito del grande scrittore polacco.