Riprendiamo la pubblicazione degli interventi di Francesco Betti su questa nostra rivoluzione digitale.

Perché La Grande Trasformazione? Non c’è un unico motivo. Ce ne sono tre.

Il primo è quello più immediato: stiamo attraversando un periodo di grandi cambiamenti, la tempesta oltre la quale arriveremo ad una qualche destinazione. Se è vero, come penso, che sia in corso una rapida evoluzione del modo di interpretare il mondo e del significato stesso di intelligenza umana, allora ogni contributo è importante, soprattutto se apre a prospettive nuove. Il mio è un contributo, ma spero possa richiamarne altri. La Grande Trasformazione non è una stanza impermeabile. È un posto dove ci piove dentro.

Il secondo motivo è perché lo devo a un amico che non c’è più. Giuseppe Papagno, grande storico mancato qualche anno fa.

Il terzo è legato al titolo di uno dei libri con cui ho più dovuto fare i conti nella mia vita, The Great Transformation (appunto) di Karl Polanyi.

Nella sua Grande Trasformazione, Polanyi intreccia scienze sociali, antropologia ed economia con un metodo davvero innovativo per spiegare il passaggio dell’Inghilterra dal mondo agricolo alla società industriale. Per farlo sceglie di vagare nel tempo e nello spazio, alla ricerca dei nodi che ancora a quel tempo tenevano legata la società inglese al vecchio sistema: dalle isole del Pacifico, in cui ritrovare il valore della reciprocità, all’agorà dell’antica Grecia, per comprendere il ruolo del mercato.

Così ho deciso di fare anch’io, muovendomi nel tempo e nello spazio, in uno spazio geografico ma anche virtuale, prendendo spunti da discipline diverse, incrociando argomenti e nuovi sguardi.

Certamente la Grande Trasformazione di cui tratta Polanyi è molto diversa da quella che stiamo vivendo ai nostri giorni. Nel suo caso, ha rappresentato il passaggio dal sistema istituzionale ottocentesco a quello del Novecento.

La tesi di Polanyi è che l’economia industriale del Novecento abbia preso origine “dalle mosse di difesa adottate dalla società per non essere a sua volta annullata dall’azione del mercato autoregolato”. Le guerre esterne ne hanno soltanto affrettato la distruzione. Non è qui la sede per discutere la validità di questa conclusione, sebbene il modello di Polanyi risulti ancora oggi affascinante.

A ben vedere, però, noi ci troviamo in una fase ancora più radicale: non siamo in presenza di un passaggio di “stadio” della civiltà, ma di una vera e propria “rivoluzione” la cui portata non appare inferiore a quella delle rivoluzioni agricola e industriale.

Non sto dicendo che una rivoluzione di portata così ampia non porti con sé anche impatti sulle strutture istituzionali. Sto però dicendo che, nel nostro caso, questi impatti sono l’effetto e non la causa del cambiamento: l’equilibrio di potere internazionale, la base aurea, il mercato e lo Stato liberale sono messi a dura prova in moltissime aree del mondo, ma non è questa la causa all’origine della Grande Trasformazione; al contrario, è la Grande Trasformazione innescata dalla rivoluzione digitale che ha un impatto su quelle e su altre strutture istituzionali, mettendo in discussione la loro tenuta nel tempo.

Su questo concetto tornerò penso in seguito, perché è centrale nelle riflessioni sulla Grande Trasformazione e quindi lo ridico: così come sostengo che non siano state le nuove tecnologie a creare una nuova forma di intelligenza umana ma che sia stata una nuova forma di intelligenza umana ad aver bisogno per esprimersi di nuove tecnologie, allo stesso modo sostengo che le instabilità nelle istituzioni basilari della nostra società (mercato, stato liberale, equilibrio del potere, ecc…) non siano la causa della grande trasformazione ma soltanto uno dei suoi effetti più evidenti.

Se volessi infine trovare un filo comune che lega la trasformazione inglese del diciannovesimo secolo e la Grande Trasformazione del ventunesimo, direi che in entrambi i casi gli uomini sono stati obbligati ad interrogarsi sul concetto stesso della loro libertà in una società complessa.

Quante volte abbiamo sentito dire che la civiltà digitale “ci toglie la libertà”? Quante volte abbiamo dovuto fare i conti con il dilemma tra conoscenza e privacy, tra comunità e identità?

Certamente le nuove tecnologie portano con sé, spesso in angoli nascosti, dei nuovi rischi. Su questo non c’è alcun dubbio. Ma io penso che soltanto un nuovo modo di vedere le cose, assistito da nuove tecnologie che ci consentano di farlo, può portarci a scoprire l’impossibile.

Su questa fiducia nel potere creativo dell’innovazione, si basa d’altronde la Terza Legge di Clarke (sì, quello di 2001 Odissea nello spazio!) che recita: Quando un illustre, ma anziano scienziato sostiene che qualcosa è possibile, ha quasi certamente ragione. Quando sostiene che è impossibile, ha quasi certamente torto.”

Non riesco a dire meglio questa cosa, che è un tema fondamentale, se non prendendo direttamente a prestito l’ultima pagina della Great Transformation di Polanyi: “La coscienza umana è nata da limitazioni alle quali l’uomo si è rassegnato. Egli ha accettato la realtà della morte e ha costruito su di essa la sua vita corporea; si è rassegnato alla verità per cui vi era qualcosa di più oltre la morte del corpo e su di essa ha fondato la sua libertà. Egli si trova nel nostro tempo di fronte alla realtà della società che lo priva di quella libertà. Da questa limitazione viene infatti anche una percezione: nell’essere privati della nostra vecchia libertà impariamo che la libertà che abbiamo perso era soltanto un’illusione mentre la libertà che acquistiamo è reale. Questa è la nostra condizione di oggi. Come disse Robert Owen in un momento di ispirazione: “Se qualcuna delle cause del male non potesse essere allontanata dai nuovi poteri che gli uomini stanno per acquistare, essi impareranno che si tratta di mali necessari ed inevitabili; e le inutili ed infantili lagnanze cesseranno”. Questo è il significato della libertà in una società complessa”. (Karl Polanyi, The Great Transformation)