È un periodo turbolento. Qualcuno se ne accorge, stringe più forte le cinture, cerca di rimanere agganciato ad un passato che ancora considera come il caminetto della propria stabilità. Qualcun altro non se ne accorge, viene sballottato dalle perturbazioni create dai nuovi arrivati, dai venti dell’innovazione, dalle tempeste dei nuovi paradigmi.
È un periodo difficile.
Siamo spaventati. Lavoriamo sodo come prima, ma a volte sembra che non porti agli stessi risultati. Gestiamo progetti, clienti, collaboratori con gli schemi che abbiamo sempre usato, ma che sembrano condurci esattamente nella direzione opposta. Siamo disorientati.
È un periodo di transizione. Percepiamo che qualcosa non funziona, che gli schemi, gli approcci, le modalità che abbiamo imparato ad usare negli ultimi trent’anni sono gli schemi, gli approcci e le modalità di un mondo che sta scomparendo. Si sta immergendo nel sottosuolo. Stare aggrappati a quel mondo vuol dire venire trascinati con lui nell’oblio. Siamo frastornati.
È la rivoluzione digitale, bellezza. La tempesta è all’orizzonte, e questi sono solo i venti con cui si annuncia. Questa volta sarà tosta. Io non so come affrontarla. Nessuno di noi lo sa. Ma non è la prima rivoluzione che incontriamo, come specie, intendo.
Le altre due (la rivoluzione agricola e quella industriale) ci hanno lasciato delle cicatrici, ma anche degli insegnamenti, degli schemi di risposta. Dalla prima rivoluzione abbiamo imparato che le risorse naturali (l’abbondanza di gelsi) sono la cosa su cui sviluppare le nostre civiltà (la seta) e con essa i nostri commerci e le nostre contaminazioni culturali (la via della seta). Dalla seconda abbiamo imparato che è sbagliato interpretare la nuova tecnologia con gli schemi di quella che vuole soppiantare (il fatto che ancora misuriamo la potenza meccanica in “cavalli” vapore è un monito che diamo alle generazioni future).
E ora? Non c’è ovviamente una risposta, ma a ben guardare nei periodi di passaggio l’unica cosa saggia da fare è cambiare. Anzi, diciamolo ancora meglio: l’unica cosa saggia è provare a “ingannare” i meccanismi precedenti.
Thomas S. Kuhn, nel suo bellissimo libro sulle rivoluzioni scientifiche, ha sostenuto che il cambio di paradigma si ha per saturazione di quello precedente, ma non ha chiarito come ciò avvenga. Io penso che ciò avvenga per “inganno”, cioè, usando impropriamente oggetti o idee del paradigma precedente. Quando abbiamo a che fare con un oggetto o un concetto, abituiamoci a porci le tre domande fondamentali: Cosa è? Che uso se ne fa? Per quale funzione o per creare quale senso?
Capiremo meglio in seguito l’importanza di queste tre domande. Per ora ci basti capire che modificando l’attività che insiste su quel materiale, cambia la sua funzione, e questo “inganno” è il modo perfetto per innovare e creare nuove idee. La regola dell’inganno.
Nell’evoluzione del pensiero, i paradigmi si saturano. Dopo un po’ ci vanno stretti, e non sono più utili per interpretare il mondo che stiamo vivendo. Quindi siamo costretti ad “inventare” un nuovo modo di pensare. Io sono convinto di poche cose nella vita, ma una di queste è la seguente: non è la rivoluzione digitale che ci sta conducendo a pensare in modo diverso, ma è vero esattamente il contrario: poiché pensiamo in modo diverso, abbiamo dovuto cambiare paradigma e inventare la rivoluzione digitale perché ci offrisse gli strumenti per farlo.
Le rivoluzioni scientifiche sono la risposta “di rottura” con un precedente modo di vedere le cose. Seguiamo la regola dell’inganno, come specie intendo, da quando abbiamo scoperto la postura eretta: per tutta la nostra storia da bipedi, cambiare attività e trasformare gli oggetti naturali ha rappresentato al tempo stesso un inganno e un’invenzione.
È dall’uso improprio della macchina di Turing (il calcolatore) che è nata la Rivoluzione Digitale: da mero aggregatore di informazioni ricevute dall’esterno a strumento creatore di immagini e di pensieri. Il computer è pur sempre lo stesso oggetto, ma cambiando il suo uso ne abbiamo modificato irrimediabilmente la funzione e il “senso”. Quale sia il suo nuovo senso, è una delle domande a cui stiamo cercando di dare risposta.
Il modo in cui interpretiamo il mondo è stato inventato tra il VI e il IV secolo avanti Cristo da un gruppo di greci. Il famoso “modo di pensare duale occidentale” si è basato – e in larga parte ancora si basa – su tre semplici strumenti.
Il primo è il concetto, cioè il risultato di un processo in cui categorizziamo in una classe astratta un insieme di oggetti che hanno proprietà comuni (detto per inciso, grazie a questa attività costruiamo il nostro cervello e persino le nostre emozioni; cioè, noi creiamo le emozioni in base a come classifichiamo il mondo). Se i concetti rimangono sparsi, però, sono inutili. Anzi, aggiungono complessità alla già elevata complessità del mondo.
Il secondo strumento è quindi la conoscenza logica, cioè la definizione di regole di collegamento tra i concetti (se succede A, allora succede certamente B). Da queste relazioni necessarie, che danno agli uomini la possibilità di costruire prevedibilità nel tempo, è nata la scienza, che ha poi definito la nostra civiltà.
Il terzo elemento è germinato dal secondo: porre in relazione logica i concetti del mondo ha richiesto che queste relazioni fossero utilizzabili da tutti, trasmissibili di generazione in generazione, misurabili. Quel gruppo di greci che si riconoscevano in Pitagora, inventarono così la matematica, che da allora in poi ha potuto misurare, formalizzare, attribuire un metodo alla trasmissione delle conoscenze stabili e necessarie con le quali costruiamo il nostro modo di conoscere il mondo. Come dice il pitagorico Filolao: “Se tutte le cose avessero un numero, il mondo sarebbe conoscibile”.
Quindi, la triade concetto-logica-matematica ci ha permesso di arrivare sin dove siamo arrivati. La logica è quella parmenidea o se vogliamo duale: una cosa è una cosa, non è un’altra cosa. Su questo non ci piove. E invece, come dice Calvino citando Dante, la fantasia è un posto dove ci piove dentro.
Io sto formulando l’ipotesi che il periodo di Grande Trasformazione che stiamo vivendo si posizioni nel bel mezzo di un salto nello sviluppo del modo di conoscere il mondo. Ok ok, lo dico meno timidamente: ho l’impressione che siamo di fronte a un salto nella nostra intelligenza, che questo salto sia iniziato e non ancora del tutto compiuto.
Non siamo più come eravamo prima e non ancora come saremo dopo. Non più pitagorici, ma non ancora… chissà cosa. La Rivoluzione Digitale è la prima mossa che abbiamo inventato per trovare uno strumento in grado di far esprimere questa nostro “pensare nuovo”. La Grande Trasformazione è appena iniziata. Per questo facciamo fatica. Sta piovendo dentro e non abbiamo l’ombrello.
L’intelligenza, come ben spiega Stephen Jay Gould, procede a scatti. L’evoluzione non è un processo graduale, ma piuttosto un processo che alterna periodi di lunga stabilità e periodi di veloce e radicale cambiamento (Gould parla di teoria degli equilibri punteggiati). La domanda però è: come avviene l’evoluzione? Qual è la molla che fa scattare l’evoluzione, quella fisica e quella scientifica?

